Ritmi Rubati al Vento

Esplorando il legame tra poesia, teatro e lingua lombarda, Davide Ferrari rivela come suoni e storie milanesi ispirino la sua creazione artistica, dai maestri come Porta e Loi alle recenti sfide registiche contro l'oblio e il nazismo.

di Redazione VareseMese

Ritmi Rubati al Vento

 Esplorando il legame tra poesia, teatro e lingua lombarda, Davide Ferrari rivela come suoni e storie milanesi ispirino la sua creazione artistica, dai maestri come Porta e Loi alle recenti sfide registiche contro l’oblio e il nazismo.

 Chi è Davide Ferrari?

Preferisco che gli altri rispondano a questa domanda sulle mie definizioni, che sembrano etichette bidimensionali. Dico che sono una persona che cerca e ascolta storie per raccontarle attraverso teatro e scrittura, condividendole. Il mio lavoro offre incontri preziosi con le persone, che adoro per come il confronto arricchisce e fa crescere.

Il tuo legame tra la poesia, il teatro e la lingua lombarda?

Poesia, teatro e lingua lombarda sono legati dal ritmo e dai suoni. Vedo la lingua prima come suono, poi come significato. I dialetti, lingue popolari, sono concreti e imagifici, preziosi per poesia e teatro perché evitano astrattismi e retorica. La poesia trae ritmo musicale; in teatro, è vitale per scrittura e recitazione. I dialetti danno una “tavolozza di colori” più ricca, come scrisse Porta. Nel 2024, con Gaetano Coccia, ho creato La direttissima Napoli-Milano, che narra il sodalizio tra Eduardo Scarpetta ed Edoardo Ferravilla. Napoletano e milanese tessono una trama sonora e dinamica unica al testo.

Quale peso ha avuto la lingua madre di Carlo Porta, Delio Tessa e Franco Loi?

La lingua milanese pesa molto nella mia vita; la coltivo sempre più, sebbene la mia madre sia il pavese della tata Ersilia. Porta, Tessa e Loi sono maestri innovatori. Porta è il grande poeta dell’Ottocento italiano, relegato a “minore” per il pregiudizio sul dialetto. Amo De là del mür di Tessa: la lingua come suono puro, con echi e rumori che risvegliano memoria e voci nella via per Mombello o il ritorno a Milano. Franco Loi, conosciuto per vent’anni, è stato maestro e amico di profondo affetto, fonte inesauribile di storie de vita e de resun, parafrasando un suo verso.

La tua ultima sfida?

Il 12 settembre, alla Fondazione Marazza di Borgomanero, è uscito Cartavelina: Gaetano Coccia nei panni di Matthias Sindelar, il calciatore austriaco che oppose il nazismo negli Anni Trenta. Ho scritto il testo e dirigo. Sfida: passare dietro le quinte, dopo esperienze con i detenuti di Maliminori al carcere di Voghera – emozione e responsabilità immense. Mi entusiasma diffondere Ona tavolozza de color, narrazione della storia del milanese da Carlo Maria Maggi a Carlo Porta, Delio Tessa e Franco Loi, intrecciata a letture poetiche.

Cosa ci fai leggere, per portarci nel tuo mondo?

Per portarti nel mio mondo, ti offro una poesia che cattura l’essenza del mio fare poetico: nasce dall’inconscio, un’obbedienza a sussurri impercettibili, dove l’ascolto è come un radar che coglie i segnali più flebili, prima del razionale. Ecco una da Dei pensieri la condensa (Manni, 2015):

«Ti t’sè vün, ma mi g’ho dentr’ un altar
Ca ‘l ma möva a mövam no.
Al ma dis quel ca g’ho da dì
sensa dì gnent e gh’è no una not
c’al dorma e c’al ma lassa chiét.
E mi m’fo in quatar par truà la vöia
d’levà sü dal let e dig da lassam stà.
Ma intänt che mi do i ùrdin
l’ha giamò finì d’detà.» 

Traduzione:

«Tu sei uno, ma io ho dentro un altro / che mi muove a non muovermi. / Mi dice quello che devo dire / senza dire niente e non c’è neanche una notte / che dorma e che mi lasci quieto. / E io mi faccio in quattro per trovare la voglia / di alzarmi dal letto e dirgli di lasciarmi stare. / Ma intanto che io do gli ordini / ha già finito di dettare.

(Foto di Cesare Abbate)

Articoli Correlati