Cristo Riscoperto

È di Michelangelo il busto del Cristo Salvatore custodito da secoli nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma. La ricercatrice Valentina Salerno lo ha riattribuito grazie a un’indagine archivistica decennale, ribaltando l’oblio in cui era caduto.

di Redazione VareseMese

L’annuncio della riattribuzione del busto marmoreo a Michelangelo, presentato il 4 marzo 2026, ha acceso l’interesse di appassionati e studiosi. Ecco i punti principali per capire la notizia.

Qual è la novità annunciata?

È stata proposta la riattribuzione a Michelangelo Buonarroti del busto del Cristo Salvatore conservato nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma. L’opera, nota da secoli e fino a poco tempo fa catalogata come anonima (scuola romana del XVI secolo), era stata attribuita al maestro fino all’inizio dell’Ottocento. Solo nel Novecento l’attribuzione era stata messa in dubbio.

Su cosa si basa questa riattribuzione?

La ricerca di Valentina Salerno, durata oltre dieci anni e inserita nello studio “Michelangelo gli ultimi giorni”, si fonda principalmente su documenti storici: testamenti, lettere, inventari notarili, atti confraternali e carteggi dal 1564 in poi. Non è una scoperta stilistica tradizionale, ma una ricostruzione documentale verificabile in archivi italiani e vaticani.

Qual era la storia precedente del busto?

Fino all’inizio del XIX secolo molti viaggiatori e scrittori lo riconoscevano come opera di Michelangelo: J.M.W. Turner lo schizzò nel 1819, Emil Wolff ne fece una copia, Stendhal lo citava come del maestro. Nel XX secolo cadde nell’oblio. I nuovi documenti post-mortem lo collegano esplicitamente all’eredità di Michelangelo.

Cosa c’entra la “stanza segreta”?

Negli ultimi anni Michelangelo conservò disegni, studi e marmi in una stanza segreta a Roma, chiusa con più chiavi, per evitare che finissero ai parenti fiorentini. Voleva che passassero ai discepoli e alle generazioni future. Secondo la ricostruzione, questa stanza fu svuotata e le opere trasferite discretamente anche a istituzioni religiose come la basilica di Sant’Agnese. Questo ribalta la leggenda che avesse distrutto le opere tarde.

Perché si parla di Tommaso de’ Cavalieri?

Il busto sarebbe nato intorno al 1534 non come Cristo, ma come ritratto scultoreo di Tommaso de’ Cavalieri, il giovane nobile romano legato a Michelangelo da profonda amicizia e ammirazione intellettuale. Il volto corrisponde ai disegni che Michelangelo fece di lui (alcuni conservati a Oxford). In seguito fu trasformato in immagine devozionale di Cristo Salvatore, pratica comune all’epoca. Entrambi appartenevano alla stessa confraternita.

Che percorso ha seguito l’opera dopo il 1564?

Alla morte di Michelangelo le opere della stanza segreta passarono a fidati allievi e amici, poi trovarono collocazione in luoghi sacri per essere preservate. La basilica di Sant’Agnese, gestita dai Canonici Regolari Lateranensi dal 1412, fu il luogo ideale: il busto entrò nell’arredo liturgico e vi rimase per secoli, apparentemente dimenticato.

Ci sono anche elementi stilistici?

Sì, come supporto secondario. L’analisi mostra corrispondenze nel drappeggio a ventaglio, nel modellato del volto, nei capelli ondulati e nella qualità formale tipica di Michelangelo. Non sembra un’opera debole di bottega.

Come è stata accolta la notizia?

Presentata il 4 marzo 2026 in conferenza stampa nella basilica con il sostegno dell’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi e di un comitato scientifico. La tesi è controversa: alcuni esperti la giudicano interessante dal punto di vista documentale ma dubbia per lo stile e la qualità; altri la ritengono più suggestiva che dimostrata. Salerno invita a verificare con documenti contrari o esami scientifici non invasivi. Se confermata, arricchirebbe la conoscenza delle opere tarde di Michelangelo.

Articoli Correlati