Tiziana Cera Rosco, poetessa e artista italiana, intreccia poesia, scultura, fotografia e performance in una ricerca esistenziale. Nata in Abruzzo, vive tra Milano, i Corni di Canzo e Toronto, creando opere che esplorano il linguaggio come forza vitale, fondendo natura, mitologia e l’enigma dell’essere.

Come si è sviluppato il tuo legame tra poesia e arti visive?
Tutto è iniziato con una foto scattata da mio figlio durante un’afasia, aprendo una zona da sondare. Poesia e arti visive sono un respiro unico per un “terzo polmone” che vive in noi. Non le distinguo: il linguaggio è violenza, libertà, un mezzo per esplorare l’ignoto. In “Morfogenesi”, melograno e alghe diventano poesia viva, un dialogo tra materia e parola. La parola si conosce nell’immagine o si dissolve in una nebulosa per perdere contorni. È una risonanza vitale, un’esigenza alta che dissolve l’io, portandomi a scomparire nel linguaggio stesso.
Quale peso ha avuto vivere tra Italia e l’altra parte del mondo?
I luoghi sono menti. L’Abruzzo mi ha insegnato la libertà dei legami irreversibili, come con i figli o la terra. Vivere in montagna mi spinge verso l’essenziale, lontana da distrazioni, in un vuoto che è anche spavento del nulla. Con mio marito a Toronto, l’amore si nutre di distanza, preservando la sua forza vitale. Non è una scelta, ma una necessità per la mia natura difficile. Questa dualità, tra Italia e altrove, è acqua potabile nel deserto, un modo per abitare l’enigma e rispondere solo a ciò che è vitale.
Quanta passione e dedizione richiede la tua arte?
È un compito che nessuno mi ha dato, una dedizione cieca che vede doppio. Corpo, mente, amore: tutto è assorbito da un “Bianchissimo Magnete” che compete con ogni mia forza. È un’allerta animale, non codificata, che mi spinge verso una bocca altissima pronta a dissolvermi. Ogni opera, come “Erbario Dell’Emersione” con la sua Sindone Vegetale, è un ascolto di una cifra ignota. La passione brilla di luce dubbia, un fuoco che consuma giorni, notti e relazioni per avvicinarmi all’inconosciuto.
Nei tuoi versi c’è indagine psicologica e filosofica?
Ho ritirato i miei libri, ma i versi saranno il mio rifugio nella vecchiaia, con mani sporche di inchiostro e gesso. Sono un’indagine per abitare l’enigma, un invito a dissolversi nel linguaggio. Portano nel mio mondo, dove la risonanza vitale sfuma i confini tra sé e l’ignoto, offrendo un respiro condiviso.
Come le tue radici abruzzesi e mitologiche influenzano la tua arte?
L’Abruzzo, con la sua natura selvaggia, e le Sacre Scritture, con il loro peso mitico, sono il mio alfabeto. La montagna mi insegna il silenzio; i testi sacri, l’enigma della parola che crea e distrugge. In performance come quelle nei boschi, questi elementi si fondono, dando voce a un linguaggio che respira con la terra.
Come sarà il corpo dell’uomo di Dio -dicevano
Un pesce?
Uno scontro tra un grido e il silenzio?
Sarà un nudo che gronda latte
Un fiato che viene a levigare un legno integrale.
Mormorerà come le nostre perdite?
Bisognerà nutrirlo con offese da perdonare
O avrà un fragile ossatura dentro una mano morale?
Sarà una condizione discorsiva
Sarà un fianco.
Nascerai dal mio addome come una squama di corallo
O ti sfilerò dall’inguine come una vena bianca?
Se sbatto su una lancia subisci un tradimento?
Se mi colpisco, per sentirti, ti sfiguri in pieno viso?
Ti senti vivo
O incassi tutto, per non far rumore, anche tu.
Distingui i corpi, caro Palo Sfranto dell’Impero delle Croci
Dissangueresti lentamente chi mi ha toccato da bambina
O, dimmi, hai qualche pregiudizio sulla crudeltà.
( tratta da Corpo Finale, ed Pordenonelegge/lietocolle)
