Abisso Senza Luce

Un viaggio immersivo nell’opera di Gladys Colmenares, dove il gioco diventa linguaggio profondo, intrecciando memoria, identità e percezione, invitando lo spettatore a esplorare un universo visivo che oscilla tra leggerezza apparente e stratificazioni emotive nascoste

di Redazione VareseMese

Entrare nel mondo di Gladys Colmenares significa attraversare una soglia sottile: quella in cui il gioco smette di essere superficie e diventa linguaggio. Colori accesi, forme familiari, oggetti che sembrano provenire da altrove costruiscono un universo immediato, quasi istintivo. Eppure, dietro questa leggerezza visiva si stratificano memorie, identità e relazioni invisibili. Nulla è davvero casuale: ogni elemento è parte di un dialogo aperto, in cui anche lo spettatore è chiamato a prendere posizione, senza istruzioni, ma con naturale partecipazione.

Il “gioco” nel suo lavoro è libertà o strategia?
«Per me il gioco è una cosa molto seria. È il modo più libero che ho per esprimermi. Non parto da strategie, ma da ciò che sento: colori, oggetti, ricordi. Il lato ludico è naturale, diretto, comprensibile a tutti. Dentro ci sono emozioni anche intime, ma non voglio imporle: ognuno deve trovare qualcosa di suo. Il gioco è libertà per me e una porta aperta per gli altri.»

I suoi assemblaggi conservano o reinventano le memorie degli oggetti?
«Entrambe le cose. Ogni oggetto porta una storia e io non voglio cancellarla, ma portarla in un nuovo contesto. Così preservo una memoria e ne creo un’altra. Gli oggetti dialogano tra loro e costruiscono storie nuove, che non sono più solo mie. Dentro c’è la mia identità — infanzia, luoghi, esperienze — ma cerco sempre di renderla aperta, condivisibile.»

L’immediatezza visiva rischia di semplificare il contenuto?
«No, è un invito. Il colore e la gioia visiva avvicinano senza escludere. Poi, se ci si ferma, emergono dettagli, simboli, emozioni. La profondità nasce in modo naturale, senza essere forzata. L’accessibilità non semplifica: apre nuove possibilità di lettura.»

Come nasce il rapporto tra astrazione e colore?
«Inizio da un’idea, anche cromatica. Poi entra la ricerca: metto colori, li faccio dialogare, cerco una risposta. Non è casuale, è un equilibrio tra intenzione e scoperta. Lascio spazio al lavoro per sorprendermi, ma seguo sempre una direzione precisa.»

Se il colore fosse una forma di autoritratto, quale tonalità sente oggi più vicina?
«Non è mai una sola, è un incontro. Oggi colori caldi, come rosso e arancio, pieni di energia, ma sempre accompagnati dal blu, che mi dà equilibrio e profondità. È un dialogo continuo, proprio come nella vita. “Have Fun” e vivi l’arte con divertimento.»

Un invito semplice, ma tutt’altro che superficiale.

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