Dopo il grande successo del concerto INVICTUS, che ha inaugurato la Stagione Concertistica 2026, abbiamo incontrato il Maestro Matteo Madella per approfondire il significato di questo progetto e il percorso artistico dell’ensemble.
Maestro Madella, il concerto INVICTUS ha segnato un’apertura di stagione molto partecipata e intensa. Che valore ha avuto per voi questo appuntamento?
 È stato un momento estremamente significativo. Non solo per l’ottima risposta del pubblico, che ci ha davvero emozionato, ma anche perché rappresentava una sorta di dichiarazione d’intenti per la stagione. INVICTUS non è stato semplicemente un concerto, ma un’esperienza condivisa, un’occasione per ritrovare nella musica un senso di comunità e di riflessione.
Il programma univa Verdi, Haydn e Márquez: tre mondi molto diversi. Qual era il filo conduttore?
 Il titolo INVICTUS suggerisce proprio l’idea di una forza interiore che attraversa epoche e linguaggi. Nell’Ouverture del Nabucco c’è il tema della libertà e della resistenza; nella Missa in Angustiis di Haydn troviamo una spiritualità profondamente segnata da un periodo storico difficile; mentre il Danzón n. 2 di Márquez porta energia, vitalità , quasi una celebrazione della vita. Tre prospettive diverse, ma unite da una tensione comune verso qualcosa di universale.
Dirigere un ensemble di oltre 100 elementi non è semplice. Come si costruisce un equilibrio tra coro e orchestra?
 È un lavoro di grande ascolto reciproco. Non si tratta solo di coordinare, ma di creare un respiro comune. Ogni sezione deve sentirsi parte di un organismo unico. In questo senso, il percorso fatto negli anni con il Masolino Ensemble è stato fondamentale: c’è una fiducia consolidata che permette di affrontare anche programmi complessi con grande coesione.
Il pubblico ha risposto con una standing ovation. Che tipo di emozione prova in momenti come questi?
 È sempre qualcosa di molto forte, ma cerco di viverlo come un riconoscimento collettivo. Non è mai il successo di una singola persona, ma di un gruppo che lavora con passione e dedizione. La vera soddisfazione è percepire che ciò che abbiamo costruito sul palco è arrivato al pubblico.
La scelta di mantenere i concerti a ingresso gratuito è piuttosto significativa. Quanto è importante per voi questo aspetto?
 È centrale. Crediamo profondamente che la musica debba essere accessibile a tutti. Offrire concerti gratuiti significa abbattere una barriera e permettere a chiunque di avvicinarsi a questo repertorio. È una responsabilità culturale, oltre che artistica.
Il Masolino Ensemble ha una storia importante. Come è cambiato sotto la sua direzione?
 Quando ho iniziato, era una realtà principalmente corale. Nel tempo abbiamo lavorato per sviluppare una dimensione sinfonico-corale più ampia, ampliando il repertorio e coinvolgendo musicisti di alto livello. Oggi siamo un ensemble che può affrontare grandi partiture, mantenendo però uno spirito molto radicato nel territorio.
Dopo INVICTUS, cosa dobbiamo aspettarci dal resto della stagione 2026?
 Continueremo su questa linea: programmi che uniscono qualità artistica e capacità di comunicare. Vogliamo proporre concerti che non siano solo esecuzioni, ma esperienze. La musica deve parlare, deve lasciare qualcosa.
Se dovesse riassumere in una frase il senso del suo lavoro, quale sceglierebbe?
 Direi che dirigere significa trasformare un insieme di individualità in un’unica voce. E quando questo accade davvero, la musica diventa qualcosa di profondamente umano e, in un certo senso, necessario.
