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In appena dodici versi spezzati e visionari, il giovane Rebora trasforma il Natale in un evento interiore: non cieco nato ma cieco vissuto, l’io lirico scopre improvvisamente la luce. Dentro di sé un presepe umilissimo, caldo solo dell’alito degli animali, attende l’arrivo del “Bello” riconosciuto al suono dell’Agnellino. Poesia aspra, quasi profetica: il Natale non è festa esteriore, ma illuminazione improvvisa e dolorosa dell’anima
Natale
Non sono un cieco nato;
cieco vissi,
ma di risorta vista
già mi sorprendo.
In me è un presepe umile,
dentro vi soffia
un alito di bue,
di pecora, d’agnello;
ma viene, viene il Bello,
ch’io non so dire;
e al suon dell’Agnellino
lo riconobbi.
Clemente Rebora – Natale (Frammenti lirici, 1913, n. 42)

