“Nella generale rovina delle cose, in tutta la mia stanchezza, sofferenza e così via, rimane pur sempre la mia gioia. La gioia dell’artista nell’osservare le cose, nel trasformarle nel suo spirito in un’immagine sua.”
Così scriveva nel suo diario Hetty Hillesum giovane scrittrice ebrea olandese (morta ad Auschwitz nel 1943) durante gli anni bui della guerra. Parole che sembrano attraversare il tempo per incarnarsi oggi nel sentire e nel fare di Laura Puccetti, pittrice per vocazione e per la necessità di trasformare lo sguardo in immagine, di custodire e restituire ciò che rischia di perdersi.
Attraverso la pittura, linguaggio per lei assoluto, mai concluso, l’artista compie un esercizio quotidiano di attenzione e metamorfosi, inseguendo l’essenza delle cose.
Quando e come è nata la tua vocazione per l’arte?
Ricordo con chiarezza un tempo che da bambina trascorrevo accanto a una zia a me molto cara. Teneva con sé un blocco da disegno e lo riempiva di figure: credo sia iniziato tutto così, per amorevole contagio. A scuola gli insegnanti incoraggiarono questa mia attitudine, perciò proseguii gli studi in questa direzione fino agli anni dell’Accademia di Belle Arti.
La pittura resta al centro della tua ricerca. Cosa significa per te oggi dipingere?
Tra la molteplicità dei linguaggi possibili in campo artistico, io nasco e rimango pittrice. Il discorso pittorico non è concluso, porta con sé una storia importante e di questo bisogna essere consapevoli. La sovrabbondanza di immagini della nostra attualità può scoraggiare, ma l’atto del dipingere per me rimane insieme assoluto e necessario.
Difficile definire se la mia pittura appartenga a un genere piuttosto che a un altro: rischierei di confondere o peggio fuorviare. Sono affascinata dal mondo onirico di Odilon Redon, incuriosita dalle geometrie mistiche di Hilma af Klint, estasiata davanti a un dipinto di Giorgio Morandi…
Fra i contemporanei, cito Sauro Cardinali, mio conterraneo: i suoi preziosi insegnamenti sono per me fondamenta solide e stimolo a cercare la mia strada con coraggio e fiducia, indifferente al canto delle sirene. Maestra assoluta, comunque, rimane la natura.
Cosa innesca in te il desiderio di dipingere? Da dove nasce un’opera?
All’origine vi è un innamoramento, uno stupore, un desiderio, un sentirmi fortemente attratta da qualcosa che cattura la mia attenzione. Inevitabilmente scatta la necessità di salvarlo dall’oblio. A volte è un’inquietudine, una malinconia, una stretta al cuore… È il desiderio che muove il mio agire. I pretesti per fare pittura possono essere molti, ma non è il soggetto il protagonista. Può trattarsi di una traccia nella memoria che si unisce a qualcosa che vivo ora: un orizzonte, una bacca, un calice pieno di semi, l’oro di un cardo arso dal sole, un girasole che si specchia in una pozzanghera…
Forme che si annidano negli occhi, scendono in profondità, poi risalgono.
Contemplare è la parola nella quale riconosco il mio lavoro. Non vado di corsa. Mi concedo tempo. Vedo. Penso. Colgo. Osservo. Inevitabilmente un processo si attiva: portare dentro, per poi restituire… ma trasformato.
È un esercizio di attenzione, mutazione, sottrazione, per giungere all’essenza. Importante è il ruolo dell’attesa, un’attesa attiva e ricettiva. Il fare e il pensare vanno di pari passo.Accade spesso che le immagini create sulla superficie siano rivelatrici di un “oltre”, nel quale possiamo identificarci o dal quale prendere le distanze. La pittura è corpo fragile e forte al tempo stesso: può aprire porte, come può serrarle; può dare respiro o portarci in profondità che avremmo volentieri evitato.
Come agisci a livello tecnico e materico? Qual è il tuo approccio al fare pittorico?
Tecnicamente agisco sulla superficie a volte infrangendo le regole, seguendo l’istinto e la gioia di sperimentare nuovi materiali. Mi servo liberamente di qualsiasi medium il lavoro mi richieda in quel momento, e me ne assumo la responsabilità. Il sentiero non è predefinito: può diventare pericoloso, ma anche aprirsi su una vista incantevole e inaspettata.
Posso iniziare per stratificazione e poi procedere per sottrazione. La pittura è un processo alchemico: può divenire oro, come può ridursi in cenere. Do molta importanza all’attenzione e alla qualità del lavoro.

Laura Puccetti, artista di origini umbre, ha completato la sua formazione in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Attualmente vive e lavora a Legnano, dove il suo studio è un crocevia di ispirazioni. Il suo lavoro si distingue per un’espressività materica e vibrante, con una predilezione per il paesaggio interiore e la figura umana, spesso fusi in atmosfere oniriche. Ha esposto le sue opere in diverse gallerie a Milano e Perugia, ottenendo apprezzamento per la sua capacità di catturare l’essenza emotiva dei suoi soggetti, trasformando la realtà osservata in una visione personale e suggestiva
