Herbal medicine

3 Febbraio 2020
Herbal medicine

Marco Cosentino, professore di Farmacologia dell’Università degli Studi dell’Insubria, ci parla del rapporto tra piante e salute: “Almeno la metà dei nuovi prodotti autorizzati negli ultimi 30 anni contiene principi attivi di origine naturale”

di Marco Cosentino

Tra le innumerevoli virtù delle piante, va annoverata l’enorme e virtualmente inesauribile varietà di molecole da esse prodotte, che le rendono una straordinaria fonte di medicinali di grande efficacia. Le piante medicinali sono la principale risorsa terapeutica in vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), tra il 60 e l’80% delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo usa piante ed erbe per curarsi.

Dai sumeri a oggi
Nel diciannovesimo secolo, la ricerca scientifica ci ha permesso di impiegare, oltre agli estratti (di foglie, fiori, fusti, radici) i singoli principi attivi isolati, consentendo così regimi terapeutici precisi e riproducibili, grazie alla purezza del medicinale e alla certezza della dose. L’inizio della moderna era dei medicinali basati su singoli principi attivi risale al 1899 con la sintesi industriale dell’acido acetilsalicilico, mentre le proprietà terapeutiche della corteccia di salice (da cui acido “salicilico”) erano già note agli egizi da oltre 3.500 anni fa e ai sumeri da oltre 5.000 anni.
Rapidamente seguì la messa a punto di importanti medicinali quali la codeina (oppioide analgesico e antitussivo), il chinino (antipiretico utilizzato come sintomatico antimalarico), via via fino al paclitaxel (importante antitumorale ottenuto dalla corteccia del Tasso (Taxus brevifolia), all’artemisinina (antimalarico isolato da una varietà di Artemisia, Artemisia annua, e che fruttò nel 2015 il premio Nobel per la Medicina alla sua scopritrice), alla galantamina (alcaloide presente nei bulbi e nei fiori di varie specie di Galanthus, di narcisi e di gigli, impiegata per combattere il declino cognitivo nelle forme iniziali di malattia di Alzheimer), all’apomorfina (derivato della morfina utile nella malattia di Parkinson), al cannabidiolo (componente non psicoattivo della Cannabis sativa, antinfiammatorio, analgesico ed efficace in alcune forme di epilessia), e a tantissimi altri. Almeno il 50% dei nuovi prodotti autorizzati negli ultimi 30 anni contiene principi attivi di origine naturale.

La minaccia per l’ambiente

Una minaccia crescente per l’ambiente e dunque anche per le piante viene tuttavia proprio dalla produzione industriale di medicinali, che crea enormi quantità di inquinanti. I medicinali stessi, se inutilizzati, diventano a loro volta rifiuti che vanno smaltiti. Se usati, vengono infine comunque immessi nell’ambiente una volta escreti dal nostro organismo. Tra i molti e preoccupanti effetti ambientali dei medicinali vi sono la riduzione della fertilità di varie specie animali, la selezione di microrganismi resistenti agli antibiotici, nonché potenziali effetti nocivi diretti per l’essere umano. La difesa dell’ecosistema e della biodiversità include dunque un ripensamento dei modelli di sviluppo per l’industria farmaceutica, rispetto al quale anche medici e ricercatori devono assumersi specifiche responsabilità.

in foto: Marco Cosentino

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