La battaglia di Laveno

L’assalto garibaldino al forte austriaco e l’eroismo dei “trenta animosi”, un episodio di grande coraggio nella Seconda Guerra d’Indipendenza.

di Redazione VareseMese

Nel maggio 1859, durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, Giuseppe Garibaldi guidò i Cacciatori delle Alpi in Lombardia per disturbare le retrovie austriache e favorire l’insurrezione popolare. L’attacco notturno ai forti di Laveno, sul Lago Maggiore, fu uno dei momenti più intensi della sua campagna: un’azione audace e rischiosa, conclusasi con una sconfitta tattica ma entrata nella storia per il valore dimostrato dai volontari garibaldini.

Perché Garibaldi decise di attaccare Laveno?

Laveno era un punto strategico per gli austriaci. Il Forte Castello e il Fortino (Forte Sud) difendevano il porto militare e la flottiglia di battelli armati sul lago, usati per trasportare truppe, munizioni e rifornimenti. Conquistare i forti avrebbe interrotto queste comunicazioni, minacciato le linee nemiche posteriori e aperto la strada a rivolte nel Verbano e verso la Svizzera. Dopo le vittorie a Varese (26 maggio) e Como (27 maggio), l’obiettivo era creare un fronte di disturbo per alleggerire la pressione sul teatro principale della guerra franco-piemontese.

Come si svolse l’attacco la notte tra il 30 e il 31 maggio 1859?

L’operazione fu organizzata rapidamente e condotta sotto una forte pioggia. Circa 350-400 garibaldini, in prevalenza del 1° reggimento, si avvicinarono ai forti. Garibaldi guidò l’assalto principale al Forte Castello, mentre un tentativo via lago mirava al Fortino con barche coordinate da Nino Bixio. Il gesto più eroico fu la scalata delle mura del Castello da parte di una trentina di volontari scelti, noti come “i trenta animosi”, che tentarono di sorprendere il nemico dall’interno. Le difese austriache, però, erano solide: mura rinforzate, terreno ripido, artiglieria garibaldina insufficiente e fuoco intenso respinsero l’attacco. Sul lago, Bixio radunò una piccola flottiglia improvvisata di barche e imbarcazioni eterogenee per attaccare di sorpresa i vapori austriaci nella rada o supportare l’assalto al Fortino. L’azione fallì quasi subito: le barche non riuscirono a coordinarsi, l’allarme fu dato dalle sentinelle austriache e non ci fu un vero scontro navale né fuoco di artiglieria dai forti contro le imbarcazioni garibaldine. I garibaldini subirono numerose perdite (decine di morti e feriti) e dovettero ripiegare senza conquistare nessuno dei due forti.

Chi erano i “trenta animosi”?

Si trattava di volontari garibaldini selezionati per il loro coraggio estremo, pronti a un’impresa quasi suicida. Erano ufficiali, sottufficiali e semplici soldati, in gran parte lombardi e piemontesi, con qualche volontario dal Sud. Sulla torre commemorativa del Parco Forte Castello, inaugurata nel 1889, una lapide ricorda: “Dei trenta animosi assalitori di queste mura ritornarono feriti…”. Tra i nomi dei feriti superstiti noti compaiono:

  • Vincenzo Landi, capitano
  • Pietro Spegazzini, capitano
  • Pacifico Castaldi, tenente
  • Francesco Sprovieri, tenente
  • Paolo Conti
  • Alessandro Maspero
  • Giuseppe Galli
  • Giuseppe Moderati
  • Noé Galeotti
  • Stanislao Mapelli
  • Angelo Golini
  • Raffaele Pierboni
  • Luigi Gesotti
  • Andrea Pini
  • Luigi Fantuzzi
  • Battista Muzzetti
  • Giovanni Lazzati
  • Clemente Ravina
  • Luigi Zambelli

Non tutti i trenta sono elencati: alcuni caddero sul campo, altri non furono feriti gravemente. Il loro sacrificio contribuì a rafforzare il mito dei Cacciatori delle Alpi.

Che cosa rimane oggi del Forte Castello di Laveno?

Il forte conserva la cinta muraria medievale (parte merlata) e il ridotto interno austriaco costruito tra il 1850 e il 1858. Si trova immerso nel Parco della Torrazze, con una splendida vista sul lago. Al centro sorge la torre commemorativa del 1889, voluta da Francesco Pullé per onorare i garibaldini, con lapidi dedicate ai “trenta animosi”. Poco distante si trova l’ossario che raccoglie i resti dei caduti di entrambe le parti, recuperati nei terreni dopo lo scontro. Visitare il luogo significa rivivere l’emozione di quell’azione eroica: una sconfitta sul campo, ma un contributo indiretto alle vittorie decisive di Palestro, Magenta e Solferino, che portarono alla liberazione della Lombardia.

 

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