Il Piccio illuminato

Giovanni Carnovali, genio ribelle della Valtravaglia, anticipò l’Impressionismo con tocchi di pura luce, scandalizzò l’Accademia con la sensuale Agar nel deserto e oggi, grazie a Testori e alla sua terra varesina, è riconosciuto come il pittore che spalancò le finestre dell’Ottocento italiano.

di Redazione VareseMese

Il pittore che spalancò le finestre dell’Ottocento italiano

«Il Piccio è il solo pittore dell’Ottocento italiano che abbia davvero fatto entrare il vento nella pittura, spalancando le finestre che l’Accademia aveva chiuso a triplice mandata

Giovanni Testori, 1954

 

  1. Un bambino miope tra i boschi della Valtravaglia

Il 29 settembre 1804, a Montegrino Valtravaglia – allora minuscolo villaggio di pastori e contrabbandieri sopra Luino – nasce Giovanni Battista Carnovali. Il padre è un modesto decoratore di chiese, la madre muore quando lui ha otto anni. Il soprannome “Piccio” gli rimane appiccicato subito: forse per la statura minuta, forse perché,

già miope, strizzava gli occhi per vedere meglio i colori del lago e del cielo.

A quindici anni è già a Milano, garzone nello studio di un pittore accademico. Ma l’Accademia di Brera lo annoia mortalmente. Fugge, torna sul lago, dipinge barche, contadine, nuvole che corrono veloci. Impara da solo guardando i grandi del passato (Tiziano, Veronese, Rembrandt, Correggio) e soprattutto guardando la natura: «La luce è la mia unica maestra».

 

  1. La tecnica che fece inorridire Milano

Il suo modo di dipingere è una rivoluzione silenziosa:

  • Nessun disegno preparatorio sulla tela: «Il disegno è una bugia che si mette sopra la verità».
  • Pennellate rapide, spezzate, visibili, quasi violente.
  • Colori puri accostati senza passaggi: il bianco della camicia nasce dal contrasto con l’azzurro dell’ombra, non da una gradazione.
  • La luce non è aggiunta: è la pittura stessa che la genera.
  • Le figure emergono dal fondo come apparizioni, spesso lasciate volutamente “incompiute”.

Risultato: una vibrazione luminosa e atmosferica che nessun altro in Italia ottiene prima del 1870.

 

  1. La guerra con l’Accademia (1835-1860)

A Milano il clan accademico (Francesco Hayez in testa, seguito da Giuseppe Sogni, Giuseppe Bertini, Cherubino Cornienti) lo considera un pericoloso dilettante. Alle esposizioni annuali di Brera i suoi quadri vengono relegati negli angoli o respinti.

Le accuse ricorrenti:

  • «Non sa disegnare»
  • «Le sue figure sembrano fatte con la scopa»
  • «Lascia le tele a metà»
  • «Profana i soggetti sacri con pose lascive»

Lui risponde con ironia tagliente:

«Io non dipingo per i professori, dipingo per far vedere quello che vedo io».

 

  1. Agar nel deserto: lo scandalo che diventò leggenda

1848 circa. Il Piccio porta a Milano il suo capolavoro: Agar nel deserto (oggi Galleria d’Arte Moderna, Milano).

La scena è biblica, ma trattata con una libertà mai vista. Agar, scacciata con il piccolo Ismaele, è collassata sulla sabbia rovente. Ha i capelli scarmigliati, le vesti strappate, il seno semi-scoperto, il braccio abbandonato in una posa di stanchezza animale e sensuale. Il bambino piange. Sullo sfondo, appena accennato, l’angelo indica la fonte salvatrice.

Non c’è retorica, non c’è eroismo. C’è solo disperazione fisica, calore, polvere, luce accecante che dissolve i contorni. I colori sono stesi a tocchi larghi, quasi furiosi: giallo zolfo, rosa carne, azzurri bruciati.

La critica accademica insorge:

  • «Osceno»
  • «Indecente per un soggetto sacro»
  • «Una macchia confusa, sembra dipinta da un cieco»

Il quadro viene rifiutato. Qualche anno dopo Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni – futuri scapigliati – lo vedono in uno studio privato e ne restano folgorati: è la strada che seguiranno.

 

  1. Una vita randagia, una morte dimenticata

Il Piccio gira l’Italia come un vagabondo di genio. Vive a Bergamo, Cremona, Parma, Roma, Napoli. Dipinge ritratti per sopravvivere (splendidi, soprattutto quelli femminili: occhi enormi, bocche socchiuse, luci che sembrano respirare). Accetta committenze sacre ma le trasforma sempre in scene di vita quotidiana trasfigurate.

Vende poco, beve troppo, perde progressivamente la vista. Muore il 5 luglio 1873 in una locanda di Coltaro di Sissa (Parma), praticamente cieco e in miseria. Sulla lapide, messa anni dopo, qualcuno scrive: «Qui giace il Piccio, che vide più luce di tutti noi.

  1. La resurrezione del Novecento

Per quasi mezzo secolo è quasi dimenticato. Poi arrivano i critici che cambiano tutto:

  • 1915-1925: prime rivalutazioni alla Biennale di Venezia
  • 1934: grande mostra a Milano organizzata da Margherita Sarfatti
  • 1954-1973: Giovanni Testori gli dedica monografie, articoli, una passione viscerale. Scrive le frasi che oggi tutti citano:

«Guardando un quadro del Piccio si ha l’impressione che la luce sia nata in quel momento, lì, sulla tela, e che continui a nascere ogni volta che qualcuno lo guarda.»

«Carnovali non finiva mai i quadri perché la vita non finisce mai; dipingeva lampi di vita, e questo gli bastava.»

Da allora il Piccio entra stabilmente tra i grandissimi dell’Ottocento italiano, accanto a Hayez, Fattori, Segantini.

 

  1. Dove vedere il Piccio oggi (2025)

Provincia di Varese – la sua terra

  • Castello di Masnago, Varese
Collezione permanente di 143 disegni provenienti dalla raccolta dello scrittore Piero Chiara (acquistata dal Comune nel 1996). Sono la parte più intima della sua opera: studi di figure, paesaggi lacustri, bozzetti rapidissimi.
Via Cola di Rienzo 42 – tel. 0332 282546 – museivarese.it
  • Montegrino Valtravaglia (luogo di nascita)
Associazione culturale “Amici di Giovanni Carnovali detto il Piccio”
Mostra documentativa permanente, eventi annuali, rassegna “Artisti dialoganti” 2025 (Luino, Gavirate, Varese).
ilpiccio.it – pagina Facebook attiva

Altre opere importanti

  • Galleria d’Arte Moderna, Milano: Agar nel deserto, Ritratto di Vittoria Hayez, Paesaggio con figure
  • Accademia Carrara, Bergamo: numerosi ritratti e scene sacre
  • Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma
  • Collezioni private (spesso in asta: nel 2024 un piccolo olio ha superato i 300.000 €)

  1. Perché guardarlo ancora

In un’epoca di immagini iper-definite, la pittura del Piccio è una boccata d’aria. Non descrive, evoca. Non finisce, suggerisce. Non nasconde il gesto del pittore, lo rende protagonista.

Come disse Roberto Longhi:

«In Italia, prima di lui, nessuno aveva osato dipingere la luce così nuda, così vera».

Se capitate sul lago Maggiore o a Varese, fermatevi un momento davanti a un suo disegno o a un suo ritratto. Sentirete ancora il vento che Testori vide entrare, due secoli fa, nella pittura italiana.

Giovanni Carnovali, il Piccio.

Un piccolo uomo miope che ha insegnato all’Italia a vedere la luce.

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