Open Italy, piccolo non è bello

5 Feb 2018
Open Italy, piccolo non è bello

 

Il ministro Pier Carlo Padoan è stato tra i relatori dell’evento di fine gennaio sull’Open Innovation al Politecnico di Milano. A promuoverlo, la Fondazione Enel in collaborazione con Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt) e con il patrocinio del Mef (Ministero dell’Economia e delle Finanze). Tra le testimonianze, anche quelle dei vertici di Poste Italiane, Ferrovie dello Stato e Leonardo. A margine del convegno abbiamo incontrato Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi e già direttore di Confindustria.

 

Ha la reputazione di essere un visionario. Nel senso di un uomo che ha una lungimirante visione aziendale. E come tale è un grande esperto di congiuntura. Abbiamo chiesto a Innocenzo Cipolletta, direttore di Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt), alcune domande sulla finanza d’impresa e la situazione italiana.

Lei ha detto bisogna mobilitare parte del risparmio italiano per il venture capital…

Sì, l’Italia produce risparmio, una gran parte è nei fondi e nelle casse di previdenza a tutela delle pensioni future. E’ un risparmio che si deve investire in parte anche a lungo termine, perché le pensioni si pagano dopo decine di anni, ed è quindi quel risparmio che negli altri Paesi è investito anche in private equity e venture capital. In Italia manca. Credo sia sotto l’1%, laddove in altri Paesi si avvicina al 10 l’investimento. Se si riesce a veicolare questo risparmio verso le imprese, cresce la loro dimensione e si riduce la dipendenza dalle banche, quindi anche risolvendo il problema che abbiamo di tutti questi non performing loans (i crediti deteriorati, conosciuti come prestiti non performanti, ndr) che sono in giro. Stiamo lavorando con i fondi pensione e le casse di previdenza per vedere come organizzare questo migliore investimento.

Parliamo delle Pmi: lei ha ricordato che quando dirigeva Confindustria non erano neanche pronte alla richiesta d’innovazione. Oggi, secondo lei?

Oggi sì, un po’ di più, perché sinceramente l’innovazione è un elemento che uno si trova davanti anche se va a vedere un film o legge un libro, quindi c’è una maggiore capacità di avvertirla. Quello che però volevo sottolineare è che il piccolo imprenditore, così come è logico che sia, è assillato dalla necessità di rispondere al mercato per fare il suo prodotto. Ha una squadra ridotta ai minimi termini di persone, perché sennò diviene inefficiente, e quindi spesso non ha la testa né il collaboratore per pensare al futuro, mentre invece ne ha bisogno. Per fare questo deve aumentare la sua dimensione. Per questo è necessario che la piccola e media impresa cresca e soprattutto sia partecipata. Quello che fanno i private equity che investono in tante piccole e medie imprese è che poi apportano non soltanto capitale, ma anche informazione e organizzazione. Le piccole imprese non lo fanno da sole. Quindi è tutto il mercato che deve muoversi.

Il ministro Padoan ha lanciato due messaggi su tutti: innanzitutto ha detto che ci sono elementi di rafforzamento strutturale della ripresa e poi ha incoraggiato le imprese ad investire all’estero.

Non posso che concordare. E’ da tre anni che ormai c’è la ripresa italiana, anche se è un po’ più debole di altri Paesi, però a me questo non spaventa perché durante questi anni noi abbiamo continuato a ridurre il disavanzo pubblico e questo ovviamente riduce la capacità di crescita dell’economia. Ma l’economia sta riprendendo bene. Gli investimenti sono partiti anche grazie alle misure del governo. Oggi, secondo una statistica europea, l’Italia è all’avanguardia nella facilità della costruzione di una startup. E le imprese si stanno innovando. Per poter competere nel mondo bisogna investire in tecnologia e in mercati. La tecnologia è all’interno, i mercati spesso sono fuori. Perché le imprese italiane il mercato italiano ce l’hanno. Devono comprarsi il mercato estero. Quindi investire all’estero è un elemento importante di crescita.

C’è stata anche la testimonianza di Athonet, una Pmi innovativa che ha deciso di tornare in Italia…

Questo avviene un po’ i tutti quanti i Paesi, perché l’estero ormai è casa nostra. E quindi si entra e si esce dall’estero. Non bisogna più considerarlo come una delocalizzazione o una ricollocazione. Io credo che questi avanti e indietro siano sempre importanti, perché un’azienda ha un mercato unico, che è quello mondiale. Dopo, dove si situa lo decide l’impresa all’ultimo minuto.

Articoli Correlati