Il “Bastian contrario”

7 Ottobre 2019
Il “Bastian contrario”

“Anche se al conformismo si tenta di dare il nome di saggezza convenzionale, nella nostra società attuale vi sono situazioni alle quali non posso allinearmi”: monsignor Claudio Livetti, già prevosto di Busto Arsizio, dà ai nostri lettori qualche spunto di riflessione alternativo…

di monsignor Claudio Livetti

Lo spreco

C’è voluta una ragazzina di sedici anni per mobilitare il mondo intero contro lo scempio che l’umanità sta compiendo contro il Creato: deforestazione con forti cambiamenti climatici, scioglimento di ghiacciai, inquinamento dei mari, che sono la maggior risorsa d’acqua e dove c’è la maggior parte degli esseri viventi.
Credo che la reazione alla cultura dello spreco debba incominciare in casa nostra, non lasciando aperto il rubinetto dell’acqua senza motivo, spegnendo la luce quando usciamo da un locale, evitando le accelerazioni in automobile per arrivare più in fretta… a perdere tempo in chiacchiere. Lo spreco più scandaloso è quello del cibo: tonnellate in discarica, mentre altrove si muore di fame. Io gemo quando vedo gettar via il pane. Dio ha detto di guadagnarlo col sudore della fronte, perciò il pane conserva quasi una maestà divina. Mangiarlo nell’ozio è da parassita, guadagnarlo laboriosamente è un dovere, rifiutarsi di condividerlo è da crudeli. Nel vicino Oriente non si può dare il pane agli animali, gli arabi non tagliano il pane col coltello per non “ucciderlo” considerandolo quasi una creatura vivente. In Africa ho visto raccogliere il pane caduto per terra per pulirlo e mangiarlo.

Il benessere illusorio

Abbiamo equivocato sulla parola ben-essere con il temine ben-avere: avere tanto per raggiungere la felicità, soprattutto avere tanto danaro. Qui il pozzo dei desideri è senza fondo. Ma il possesso non è sinonimo di benessere. Il danaro non può comprarci tutto quello che desideriamo. Per esempio può comprare il letto, ma non il sonno; il cibo, ma non l’appetito; il libro, ma non l’intelligenza; la cultura, ma non la sapienza; una casa, ma non la famiglia; la medicina, ma non la salute; lo svago, ma non la felicità; compagnia, piaceri, risate, ma non veri amici; la tranquillità, ma non la pace; la sicurezza materiale, ma non la serenità interiore; il Vangelo o il Crocifiss,o ma non la Fede; un posto nel cimitero, ma non nel Cielo. La livella della morte arriva inesorabilmente ed è da sciocchi prepararsi questo epitaffio: “Qui giace il Signor Quattrini | che nella vita addizionò, moltiplicò, mai sottrasse. | Gli eredi riconoscenti divisero”.

Il delirio di immortalità

Quando, anni fa, dall’Università del San Raffaele, giunse la notizia che vivremo fino a 120 anni ci furono sussulti di entusiasmo. Molti coltivano l’idea della vita lunga il più possibile. Ma a che cosa vale una vita lunga se non ha un grande senso? Sarebbe terribile vivere come dice lo scettico: “La vita è ciò che accade intorno mentre ci occupiamo d’altro”. Shakespeare, nel Machbet, dice: “La vita umana? Una storia piena di fragore e furia, raccontata da un idiota e che non vuole dire niente”. Più che guardare a una vita lunga, magari prolungata con inutili accanimenti terapeutici, è meglio pensare ad una vita larga: aperta, significativa, utile alla propria famiglia e alla società. Un racconto indiano dice che nella vita ci sono quattro fasi: nella prima impariamo, nella seconda insegniamo, nella terza impariamo a tacere e nella quarta impariamo a mendicare. Poi è finita. Un poeta afferma che gli anni sono come i fiocchi di neve: se presi l’uno dopo l’altro non pesano, presi insieme, invece, diventano pesanti come una valanga. Quando essa ti travolge, è la fine. Non si può illudersi di vivere all’infinito.

In foto: monsignor Claudio Livetti

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