Il Testamento di Mantegna

Un friso dipinto che sfida la scultura e celebra l’antica Roma, ultimo atto di un genio settantacinquenne malato ma indomito.

di Redazione VareseMese

In un’epoca in cui la pittura cercava di superare la scultura, Andrea Mantegna creò un’opera che sembra scolpita nel marmo, eppure è solo tempera su tela. “The Introduction of the Cult of Cybele at Rome” (1505-1506), oggi alla National Gallery di Londra, racchiude la sua passione per l’antichità e il desiderio di lasciare un segno eterno.

Perché quest’opera viene considerata il testamento artistico di Mantegna?

È uno degli ultimissimi lavori del maestro. Commissionata nel 1505 da Francesco Cornaro, nobile veneziano, fu dipinta quando Mantegna aveva circa 75 anni ed era già gravemente malato. Morì nel settembre 1506, lasciando il quadro incompiuto nel suo studio a Mantova. Il figlio lo vendette subito, ma l’opera rimase “principia”, cioè appena abbozzata in alcune parti. Faceva parte di un progetto ambizioso: quattro grandi tele che celebravano la storia romana per glorificare la famiglia del committente. Mantegna completò solo questa; le altre non le realizzò mai. In questo senso è il suo addio: un riassunto della sua ossessione per il mondo classico, per la precisione archeologica e per la sfida alla scultura attraverso la pittura.

Cosa rappresenta esattamente la scena?

L’opera mostra l’arrivo a Roma, nel 204 a.C., della dea Cibele, la Magna Mater, durante la Seconda Guerra Punica contro Annibale. I Romani, spaventati dalle sconfitte e da una pioggia di meteoriti interpretata come segno divino, consultarono i Libri Sibillini. Questi ordinarono di portare la dea dall’Asia Minore. Il vero simulacro di Cibele era una pietra nera meteoritica sferica, non una statua: Mantegna la dipinge su una lettiga al centro-sinistra, portata da sacerdoti frigi con turbanti e barbe. Accanto c’è un busto della dea con corona turrita, simbolo di protettrice delle città. A ricevere la dea è Publio Cornelio Scipione Nasica, scelto dal Senato come “l’uomo più virtuoso di Roma” – antenato mitico dei Cornaro. Sullo sfondo compaiono tombe piramidali degli Scipioni, e una figura femminile inginocchiata piange: forse Claudia Quinta, la vestale che liberò la nave incagliata sul Tevere.

Qual è il messaggio che Mantegna voleva trasmettere?

Prima di tutto la pietas romana: accogliere la dea con reverenza porta vittoria sui nemici. Cibele simboleggia protezione, assimilazione di culti stranieri e grandezza eterna di Roma. Per i Cornaro era un modo per vantare discendenza dalla gens Cornelia e legittimare il loro prestigio a Venezia. Ma per Mantegna è di più: un’opera antiquaria, che ricostruisce fedelmente l’antichità studiando sarcofagi, rilievi e testi classici (Livio, Ovidio, Giovenale). Dimostra che la pittura può superare la scultura: le figure hanno volume, ombre drammatiche, espressioni intense che un marmo non potrebbe dare.

Come è realizzata tecnicamente?

È un grisaille magistrale in tempera magra su tela: solo toni di grigio, bianco e nero. Le figure sembrano intagliate nella pietra bianca, con pieghe taglienti illuminate da lumeggiature bianche fortissime. Lo sfondo imita marmo venato policromo (arancione, grigio, rosso), come un prezioso sarcofago romano. Tutto è compresso in un friso orizzontale senza vera profondità prospettica: un trompe-l’œil che inganna l’occhio e fa sembrare il dipinto un vero bassorilievo antico.

In che senso è un testamento personale?

A 75 anni, malato, Mantegna non dipinge più con i colori vivaci della giovinezza (come nella Camera degli Sposi), ma sceglie il monocromo severo, quasi lapideo. Le figure sono rigide, statuarie, congelate. È come se volesse scolpire con il pennello un monumento immortale alla gloria romana – e alla propria maestria. Quest’opera riassume tutta la sua vita: l’amore per l’antico, la sfida alle arti sorelle, il desiderio di durare nel tempo. Un ultimo, grandioso saluto.

Cristo in pietà o Compianto sul Cristo morto (c. 1485-1490)

Andrea Mantegna dipinge un Cristo morto in scorcio vertiginoso, corpo rigido e ferito, circondato da Maria e Giovanni in dolore straziante. Capolavoro di prospettiva, anatomia e pathos umano.

 

Andrea Mantegna. Il pittore che scolpiva con il pennello

Andrea Mantegna (Isola di Carturo, 1431 circa – Mantova, 1506) fu uno dei massimi artisti del Rinascimento settentrionale, pittore, incisore e antiquario instancabile. Cresciuto a Padova nella bottega di Francesco Squarcione, assorbì l’amore per l’antichità classica studiando rilievi romani e greci con precisione archeologica. A vent’anni già firmava opere mature, come la Pala di San Zeno (1457-1459). Dal 1460 entrò al servizio dei Gonzaga a Mantova, dove realizzò capolavori come la Camera degli Sposi (1465-1474), i Trionfi di Cesare e la Madonna della Vittoria (1496). Negli ultimi anni, malato e anziano, si dedicò a grisailles illusionistici che fingono bassorilievi marmorei, culminati nel “The Introduction of the Cult of Cybele at Rome” (1505-1506), suo testamento artistico: un friso in tempera che sfida la scultura con volume, ombre e rigore lapideo. Mantegna unì prospettiva rigorosa, contorni netti e resa “di pietra” delle figure, influenzando profondamente il Rinascimento e il manierismo.

 

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