Il Prete del Patto Rivoluzionario

Immagina un prete lavenese che, nel caos del 1848, aiuta a stringere il primo "patto" tra Chiesa e ribelli milanesi: don Giovanni Battista Vegezzi, influenzato da Rosmini, unì fede e libertà contro gli austriaci. Una storia di coraggio per capire il Risorgimento da vicino.

di Redazione VareseMese

Nel 1848, mentre Milano si ribellava agli austriaci nelle Cinque Giornate, un prete come don Giovanni Battista Vegezzi non pregava solo in chiesa: negoziava un accordo storico per liberare la Chiesa dallo Stato. Influenzato dal filosofo Rosmini, Vegezzi rese quel “concordato” un ponte tra rivoluzione e fede. Parliamone con lui, come se fosse qui.

Don Vegezzi, partiamo dal cuore: cos’era esattamente il primo concordato del 1848 e come nacque?

Immagina la scena: è il 9 aprile 1848, Milano è ancora in subbuglio dopo le Cinque Giornate, quelle cinque notti di barricate e fucilate che cacciarono gli austriaci dalla città. Il Governo Provvisorio, guidato da Gabrio Casati – un gruppo di liberali e patrioti che voleva un’Italia unita e libera – si rende conto che senza il clero, la rivolta non regge. La Chiesa milanese, soffocata dalle leggi austriache come il placet (che bloccava lettere del Papa), vede un’opportunità. Don Luigi Biraghi, mio collega e direttore del Seminario Maggiore, incontra prima me e l’arcivescovo Romilli, poi Casati. Io, come teologo esperto, aiuto a preparare le proposte: non un concordato vero e proprio, con firme e sigilli come quello del 1855 con l’Austria, ma un patto informale, un “gentlemen’s agreement” per la pace tra Chiesa e Stato nascente. Nacque dalla paura: i liberali temevano un Papa clericale, noi temevamo espropri e persecuzioni. Pio IX, all’inizio, benedisse la rivolta come “guerra santa” contro gli oppressori, dando coraggio. Fu un lampo di neoguelfismo: cattolici moderati che sognavano un’Italia confederata sotto il Papa, non un Regno sabaudo anticlericale.

 Quali erano i punti chiave di quel patto, e perché cambiarono tutto per la Chiesa?

I punti erano pratici, pensati per la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa da mani secolari. Primo: addio al placet, così bolle papali e encicliche arrivavano libere, senza veto austriaco. Secondo: nomine dei vescovi solo da Roma, senza che lo Stato dicesse “no” per motivi politici. Terzo: seminari autonomi, niente ispezioni governative che spiavano le lezioni di teologia – io insegnavo morale proprio lì, a Porta Orientale, e temevo testi imposti. Quarto: beni della Chiesa protetti da ruberie statali, e cause matrimoniali gestite dal diritto canonico, non da giudici laici. Quinto: libertà per le congregazioni religiose, come le suore o i frati, di lavorare senza permessi. Romilli rispose il 10 aprile con una lettera pubblica: “Grazie per il rispetto alla nostra missione, noi sosteniamo la patria”. Cambiò tutto perché rese la Chiesa partner della rivoluzione, non nemico: i preti sulle barricate non erano più “sovversivi”, ma patrioti cristiani. Purtroppo, durò poco – Radetzky tornò ad agosto, con carri armati e repressioni – ma seminò idee per l’Unità d’Italia, mostrando che fede e libertà potevano marciare insieme.

 Qual era il suo ruolo preciso in quel concordato, don Vegezzi?

Io ero il “cervello teologico” dietro: prefetto degli studi al Seminario, membro fresco della Consulta Ecclesiastica, consulente di Romilli. Durante le Cinque Giornate, ero a Milano – non a Laveno, mio paese – con Biraghi: bombe austriache sul tetto del seminario, seminaristi che curavano feriti e difendevano Porta Orientale. Io argomentavo l’etica: usando il probabiliorismo (flessibilità morale in dubbi), spiegavo che cooperare con i ribelli non tradiva Roma, ma evangelizzava la patria. Influenzato da Rosmini, che era arrivato a Milano con il suo libro La Costituzione civile, vidi il patto come “giustizia sociale cristiana”: Chiesa libera per aiutare i poveri, non per privilegi. Il mio tocco? Basi dottrinali per evitare estremi – niente teocrazia, ma autonomia vera. Senza di me, forse Biraghi avrebbe virato troppo politico; io tenni il timone sulla fede.

 Per capire il suo contributo, chi era lei in breve, e come Rosmini la influenzò?

Essenziale: nato nel 1789 a Laveno-Mombello, Lago Maggiore, figlio di un avvocato, ordinato prete a 24 anni, insegnai 46 anni nei seminari milanesi, specializzato in morale. Fama di “acuto ingegno”, consigliai due arcivescovi contro gli austriaci. Rosmini? Un filosofo “cattolico liberale” che mi ispirò indirettamente: la sua idea di conciliare fede e modernità – Chiesa autonoma, aperta alla ragione – contrastava il rigore giansenista. “Conciliatorista” significa proprio questo: mediare tra tradizione e progresso, come un ponte. I miei allievi, tipo Antonio Daverio a Monza, resero i seminari “rosminizzati”, diffondendo etica flessibile nei miei libri postumi.

 Quale eredità lasciò quel concordato e il suo ruolo a Laveno?

L’eredità? Un modello per futuri patti Chiesa-Stato, influenzando il Vaticano I sulla libertà ecclesiale. Morii nel 1858 a Laveno, lapide in chiesa: “teologo amato”. Famiglia donò archivi al PIME; lì, dispense rosminiane raccontano il mio ruolo. Per voi giovani: fu la prova che un prete può cambiare la storia, unendo fede e lotta per la libertà.

 

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