Vacanze del tempo che fu

5 Luglio 2021
Vacanze del tempo che fu

Dopo aver soffiato il mese scorso sulle 90 candeline, Monsignor Claudio Livetti, decano di Busto Arsizio, ricorda le sue vacanze di gioventù ed esprime un desiderio…

di monsignor Claudio Livetti

Il mare

Noi italiani siamo guardati con invidia per la nostra configurazione geografica: una lunga penisola e due grandi isole abbracciate dal mare. Gli stranieri prendono d’assalto la Sardegna, perla del Tirreno, e la Romagna, eccellenza dell’Adriatico. Qui ho fatto le mie prime vacanze, quando ero alunno delle elementari (anni Trenta del secolo scorso). L’organizzazione fascista della Provincia di Varese ci portava per tre settimane in una bellissima colonia a Cervia. La cifra da pagare era accessibile a tutte le famiglie dei lavoratori. C’era un sovrapprezzo: partire dal capoluogo di provincia col saluto del Federale e indossare in treno la divisa di figli della lupa. Non c’erano, come oggi, telefonini e altri mezzi di comunicazione. I genitori ci ritiravano alla fine, lieti di aver ricevuto una cartolina: la prima della mia vita, scritta con l’aiuto della signorina responsabile del mio gruppo. La maestra ci aveva spiegato che il mare era una distesa d’acqua come il Ticino: soltanto non si vedeva la sponda in faccia. L’Adriatico permetteva di inoltrarsi a lungo nel mare. Quando l’acqua arrivava al petto i più coraggiosi si tuffavano per nuotare. Io facevo marcia indietro e cercavo conchiglie, costruivo castelli di sabbia e prendevo tanto sole, per cancellare il colore “smortino” dell’alunno chiuso in classe per tanti mesi. Vorrei tornare al mare, dormirci una notte e alzarmi all’alba per vedere il sole che sorge lentamente dalle onde: una meraviglia della natura superiore a qualsiasi altro spettacolo!

Il bosco

Era la nostra seconda casa dell’Oratorio feriale nei mesi estivi. L’area della “Grande Malpensa” ha sacrificato la grande distesa di boschi e brughiere che si stendeva dalle ultime case di Ferno fino a Vizzola Ticino. A noi sembrava il paradiso terrestre. Al nostro arrivo assistevamo al fuggi-fuggi di leprotti, scoiattoli rossi (oggi soppiantati da quelli grigi), fagiani, quaglie, pernici e qualche innocua biscia. Restavano le cicale, le libellule, i ramarri e le lucertole e i piccoli uccellini sugli alberi. Il bosco non aveva nessuna insidia: i piccoli ceppi erano estirpati accuratamente per essere bruciati sui camini, le siringhe erano allora nel mondo dei sogni. Il gioco preferito era “bandiera”: una stradicciola carrareccia fungeva da strada neutrale e divideva i due campi avversari. Ognuno doveva difendere la sua bandiera e cercare di conquistare quella dell’altro campo. Alla fine del gioco la merenda e qualche momento di riflessione. Ricordo l’animatore che un giorno disse: ”Dobbiamo rispettare e amare gli alberi, che sono nostri grandi amici: sono i lavoratori più infaticabili perché lavorano tutti i giorni dell’anno per regalarci l’ossigeno che respiriamo”. Quelle sagge parole mi sono tornate in mente quando in Amazzonia ho visto coi miei occhi lo scempio delittuoso della deforestazione: si distrugge il polmone dell’umanità. Oggi si va in vacanza nei luoghi più belli e più celebri, ma perché non far fare ai ragazzi l’esperienza di una giornata nei boschi? È una ricchezza delle nostre valli varesine, ma anche il sud della provincia offre il Parco del Ticino e l’Alto Milanese.

La montagna

Mi fa tornare agli anni in cui ero “prete ragazzino” insieme ai miei ragazzi dell’Oratorio e agli Scout. Soprattutto con questi ho praticato la montagna. Lo scoutismo è vita rude, esercizio fisico sportivo a contatto con la natura, e la montagna è la miglior palestra di vita. Il primo “campo mobile” col passaggio ogni giorno da una valle all’altra del Gran Paradiso (Valgrisenche, Valsavaranche, Val di Cogne…) mi ha aperto gli occhi ad una flora meravigliosa: stelle alpine, rododendri, mirtilli, genzianelle… e a una fauna altrettanto favolosa: falchi, marmotte, camosci e stambecchi. La lotta a cornate tra due stambecchi maschi per il dominio del branco risuona nella vallata e lo spettacolo visto da lontano col binocolo è qualcosa di indimenticabile: non ha prezzo. Nonostante i rimproveri materni e con l’incoraggiamento paterno, ho seguito i Rover (gli scout più grandi) all’Adamello e in cima al Monte Rosa: alla capanna Regina Margherita, 4.559 metri di altitudine. Le amicizie strette in cordata diventano perenni, come i nevai e i ghiacciai che attraversi. Stai attento ai crepacci, resisti al freddo e alla fatica e diventi più uomo. Si dice che a differenziare l’uomo dagli animali è la parola. Ci credo, ma pensando a tante parole a vanvera, dico che ciò che ci caratterizza davvero è il pensiero. Dopo ore di marcia in cordata non hai fiato per parlare: pensi profondamente, hai un appuntamento con te stesso e con l’autore del creato. Diventava meno importante, quasi inutile,  la mia presenza di assistente spirituale: quando il corpo sale sul monte, l’animo balza più in alto. A Dio

Dida: Parco del Ticino

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