Non è un gioco [VIDEO]

3 Dic 2018
Non è un gioco [VIDEO]

Anche se non mancano segnali d’allarme, nell’ultimo decennio il commercio al dettaglio nel Varesotto ha aumentato di due terzi gli addetti. Più che dimezzati invece quelli dell’ingrosso. La produzione da noi è limitata, ma tiene. La nostra inchiesta in onda a Varese, diamo i numeri venerdì 7 dicembre alle 20.10 su Rete55

di Chiara Milani

E’ tutt’altro che un gioco da ragazzi, stare sul mercato dei regali destinati al divertimento dei più piccoli (e non solo). Soprattutto oggi, nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione copernicana del settore. Sia per che cosa si acquista sia per come lo si compera. Ma farcela è possibile. Anche nel Varesotto. A dirlo sono i numeri. In concomitanza con l’arrivo del Natale, abbiamo puntato la nostra lente d’ingrandimento su produzione e vendita di giochi e giocattoli. Partendo dall’elaborazione Stockview – Infocamere riferita alle sedi di impresa dal 2009 al 2017.

Commercio al dettaglio: il consiglio vale oro

In panorama contraddistinto da trend negativi, spicca quello positivo degli addetti del commercio al dettaglio. In particolare nel nostro territorio. Se è vero infatti che è sempre più raro vedere le vecchie botteghe di balocchi, è pur vero che sono spuntati mega store di settore. E se questi ultimi soffrono comunque la concorrenza dell’ecommerce, perché tra un giro tra gli scaffali e uno online gli acquirenti sembrano preferire sempre più il secondo, la consulenza offerta dai negozi di vicinato sembra premiare. In pratica, tra le piccole realtà, chi vive soltanto di questo comparto si è specializzato, per esempio nei giochi da tavolo, che sono meno immediati di altri e per cui dunque una spiegazione è spesso gradita. Inoltre, diverse edicole, cartolerie e altri punti vendita hanno associato al resto dell’attività la competenza in singoli segmenti di questo mercato, di cui hanno e sanno tutto.

Così, in provincia nell’ultimo decennio il numero delle attività sostanzialmente è rimasto invariato (una cinquantina), mentre in Lombardia si sono persi oltre 60 negozi (più del 10%) e in Italia 850 (quasi 15%). Non solo. Anche se la tendenza dal 2015 si è invertita, sul fronte degli addetti il Varesotto fa segnare un incremento significativo di due terzi rispetto al 2009, passando da 150 a 250. Segno più peraltro presente in generale in Italia, ma con un aumento assai inferiore, cioè di poco più del 10%, pari a 1.400 unità (da 11.255 a 12.671), di cui peraltro circa 1.200 in Lombardia, che ha fatto registrare il + 40% (da 3.148 a 4.320).

Ingrosso in via d’estinzione

Per quanto riguarda le vendite all’ingrosso, le attività sono in lieve calo ovunque (una decina oggi quelle da queste parti). La contrazione si fa però più significativa sul fronte dei lavoratori: nella nostra nazione se ne sono persi quasi un quarto (da 4.363 a 3.423), di cui un migliaio in questa regione, dove si sono dimezzati (da duemila a mille), con il Varesotto che ha fatto segnare un -60% (da un centinaio a neanche una quarantina). In pratica, oggi chi vende va direttamente dal produttore, saltando così il costo dell’ingrosso.

Giocattoli sempre meno “Made in Italy”

A differenza delle province confinanti, quella dei Sette laghi non si è mai specializzata nella fabbricazione di giocattoli, compresi tricicli e strumenti musicali con la sola finalità ludica. In compenso, qui la crisi del settore, colpito dalla concorrenza agguerrita dei videogiochi, si è fatta sentire meno. Le attività sono infatti rimaste sostanzialmente stabili (una decina), mentre in Lombardia soltanto due terzi sono sopravvissute (da 93 a 66) e in Italia una su quattro ha chiuso i battenti (da 331 a 240). Risultato: a livello nazionale si è perso il 25% degli addetti (da 3.570 a 2.471), in Lombardia oltre il 40% (da 602 a 348), mentre nel Varesotto un settimo (da 35 a 30).

Videogiochi, game over

Sui videogames il Varesotto invece aveva scommesso, cullando il sogno di un distretto a Gazzada Schianno. Ma il brusco risveglio è arrivato nel 2012, con la crisi della Leader Spa dovuta al passaggio dai videogiochi in scatola a quelli scaricati online, spesso peraltro dagli adulti. Così, sempre raffrontando i dati 2017 con quelli del 2009, la fabbricazione di giochi, inclusi quelli elettronici, qui è sostanzialmente stabile, con poco più di una decina di realtà, ma gli addetti si sono contratti del 40% (da 778 a 477), in linea con la media lombarda (dove le aziende sono un terzo in meno), cioè con una perdita doppia rispetto a quella di 20 punti percentuali fatta registrare in media in Italia (da oltre 3mila a poco più di 2.500).

Sotto l’Albero vince la Cina? No, l’Austria!

Ma da dove arrivano allora i regali che i nostri bambini aprono a Natale? A sorpresa, stando ai dati Istat riferiti al 2017, circa la metà della voce import del territorio, che corrisponde a oltre 31 milioni di euro, è appannaggio dell’Austria, che però potrebbe essere soltanto la nazione di passaggio delle merci. Più prevedibile la medaglia d’argento, che spetta alla Cina, con circa un quarto del totale del valore delle importazioni, pari a oltre 7 milioni. Seguono da vicino gli Stati Uniti, medaglia di bronzo appesa all’Albero, con poco meno di sei milioni.

Esportazioni, le rotte varesine

Varese, però, oltre a importare, esporta giochi e giocattoli. Anche se la voce export è un terzo di quella import ed è pari a circa 10 milioni e 700mila euro (in rialzo di circa mezzo milione di euro rispetto a 5 anni fa). Sempre secondo l’Istat, lo scorso anno il principale mercato è stato quello tedesco, che rappresenta circa un quarto del totale con quasi 2 milioni e 500mila euro e che – pur rimanendo stabile – ha superato quello francese, attualmente pari a 1 milione e 350mila euro, anche se nel 2013 era quasi il triplo (3 milioni e 730mila euro). Al terzo posto, il Regno Unito, che ha più che raddoppiato (da meno di 560mila a quasi 1 milione e 350 mila euro). Seguono Svizzera, Stati Uniti, Paesi Bassi, Grecia, Spagna e Belgio. Chiudono la top ten gli Emirati Arabi Uniti. Un mercato, quest’ultimo, in forte crescita per noi, visto che nell’ultimo quinquennio è passato da neanche 25mila a oltre 300mila euro.

 

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