A che gioco giochiamo?

1 Aprile 2019
A che gioco giochiamo?


Il game designer Luca Borsa intervista per noi il giornalista bustocco Roberto Vicario, appassionato di cultura pop e impegnato nella divulgazione ludica, che spiega: “Le attività da tavolo sono un intrattenimento bio”

di Luca Borsa

Classe 1986, il bustocco Roberto Vicario dirige IoGioco, rivista dedicata al gioco di ruolo e da tavolo.

Lei è un grande esperto sia del gioco da tavolo sia di videogioco: quali sono le caratteristiche dei due mondi e in che modo dialogano?
“Dialogano”: questa è un’espressione che vorrei sentire con maggiore frequenza. Spesso si tende a demonizzare l’uno o l’altro mercato, senza mai provare a vedere oltre la superficie e a creare di comprendere che queste due realtà possono tranquillamente creare differenti forme di inclusività. Spesso mi è capitato di vedere bambini molto piccoli lasciati a se stessi, con un intrattenimento scaricato sul telefono. Il gioco da tavolo, invece, può essere uno strumento fondamentale per creare una certa forma di condivisione, inclusione e convivialità tra figli e genitori. Inoltre, ha tantissimi elementi propedeutici per la crescita dei bambini, sin dalla più tenere età. Il videogioco, al contrario, è in grado di farti vivere esperienze differenti, forse più immersive, ma che spesso e volentieri richiedono una maggiore consapevolezza da parte di chi ne sta usufruendo, soprattutto di quei genitori che non comprendo quale sia il prodotto giusto per il proprio figlio, trattando gli argomenti con estrema superficialità. Al netto di queste differenze, un mondo non esclude l’altro. Anzi, vanno soltanto comprese potenzialità e affinità per offrire ai ragazzi differenti attività assolutamente complementari tra loro. Provate solamente a pensare a come, il digital, abbia influenzato molti prodotti da tavolo in questi ultimi anni, o le tante licenze videoludiche che hanno goduto di una rispettiva versione da tavolo. Questa è la collaborazione che mi piacerebbe vedere tra i due mondi.
 
Possiamo definire il gioco da tavolo un forma bio o green nel mondo ludico?
Indubbiamente sì. Mi viene in mente un gioco come Photosynthesis (Oliphante), che parla proprio di questo argomento ed è stato interamente realizzato con materiale di riciclo: una definizione non soltanto astratta, ma anche estremamente concreta di “bio”! Dando invece un’accezione più poetica, trovo molto interessante l’approccio fisico che ha il gioco da tavolo al concetto di divertimento. L’interazione con materiali che muovi all’interno di un tabellone e l’utilizzo di carte che vengono giocate dalle proprie mani sono splendidi esempi della fisicità di questa attività ludica. Se poi questa tipologia d‘interazione viene inserita all’interno di particolari ambientazioni, come ad esempio quelle del gioco sopracitato, il divertimento diventa ancora più genuino e lontano da qualsiasi forma di “contaminazione”. Quindi sì, in un certo senso possiamo dire che il gioco da tavolo sia un prodotto “bio”. Sul green, invece, l’incedere della plastica per abbellire e rendere tridimensionali molti prodotti, rende il paragone un po’ troppo azzardato.

Come vede il futuro del settore?
La mia speranza è quella di vederlo attivo, produttivo e attento alle evoluzioni del mercato. Sono comunque molto tranquillo, perché credo che – in particolare qui in Italia – la qualità e la fantasia dei nostri game designer (coloro che creano il gioco, ndr), non farà mai sentire obsoleto questo mercato. Al contrario, continuerà ad alimentarlo con nuove meccaniche di intrattenimento ludico, rispettando allo stesso tempo la grande tradizione del gioco da tavolo.

In foto: Roberto Vicario, direttore di IoGioco

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