Come riaprirsi alla vita

di Andrea Mallamo

Domenico Cavallo, professore di Medicina del Lavoro e docente del dipartimento di Scienze e Alta tecnologia dell’Università dall’Insubria specializzato in valutazione del rischio sulla salute umana, ci spiega come rimettere fuori di casa la testa in sicurezza

Dopo tanta sofferenza e tra mille polemiche, l’apertura alla vita ritrovata è un’opportunità, da vivere in modo controllato. E’ fuori dubbio che abbiamo imparato molto da questa chiusura forzata e inattesa che a molti ha permesso di esserci ancora, rallentando i ritmi, riflettendo, riscoprendo e riscoprendoci, trovando nuove energie per tenerci occupati e cercando di placare gli inevitabili conflitti derivanti dalla convivenza in famiglia.

La “modalità controllata”

Ora il nostro mondo ha riaperto in “modalità controllata” e con la speranza che, se ciascuno di noi si atterrà a poche e precise norme, ne godremo tutti. Ciò di cui dobbiamo essere consapevoli e dobbiamo averne forte speranza è che si sia acquisita una maggiore attenzione in termini generali circa il problema contingente che ci attanaglia e che si sia di fronte a un mondo particolarmente fragile. Di fatto la comparsa di un virus di dimensioni nanometriche (assolutamente invisibile) ha portato ad una vera e propria crisi economica mondiale oltre, e in primis, a numerosi lutti tanto dolorosi.

Aperti verso il prossimo

Come ci dobbiamo comportare in questa situazione aperta? Siamo open, che in termini anglosassoni non ha solo il significato figurato di “aprire” (locali, industrie, attività in generale), ma dobbiamo essere in grado di cogliere il significato più profondo di questo termine. Open, aperto: significa essere rivolti al prossimo e in collaborazione, in empatia, in mutuo aiuto costruttivo ma che prevede delle regole, che sono solo di assoluto buon senso.

La “sindrome della capanna”

Abbiamo una voglia incredibile di uscire, a meno che si sia aggrediti dalla “sindrome della capanna”, della prigionia che va assolutamente combattuta per non avere, di contro, serie conseguenze psichiatriche. Allora usciamo, prendiamo aria, organizziamo eventi tenendo però ben presenti tre importanti condizioni:


  • manteniamo sempre la distanza fisica ed evitiamo di incontrarci con troppe persone in contemporanea – si parla di almeno un metro di distanza, meglio anche di più;
  • usiamo il presidio medico per eccellenza (la mascherina) che, in quanto dispositivo di prevenzione collettiva, protegge gli altri da noi stessi e quindi, se tutti lo usiamo, vale per tutti; di fatto è un piccole sacrificio che è però simbolo di rispetto e di sicurezza;
  • ricordiamo di lavarci frequentemente le mani, igienizzandole per inattivare il virus. Anche i guanti rappresentano un ottimo presidio per preservare la nostra salute, ma forse a conti fatti, a meno che non si sia più che abituati ad utilizzarli (operatori sanitari), un’accurata igiene seguita da una buona e sicura idratazione pare una valida alternativa.

Sì al distanziamento fisico, no a quello sociale

Psichiatri e psicologi, e non solo gli altri medici, insistono all’uso delle tre pratiche precedentemente descritte perché queste ci permettono di ritornare a vivere in buona sicurezza la socialità con gli amici più cari e gli affetti. I mali dell’anima possono essere molto problematici da gestire. Per questo sarebbe bene parlare sempre di distanziamento fisico e mai sociale.

L’importanza di mettere il cervello in standby

Quindi ben vengano grigliate in compagnia, aperitivi, sport e spettacolo all’aperto, concerti e mostre che tanto alimentano il cervello messo in standby per molti di noi, ma sempre con le giuste precauzioni, assolutamente ancora necessarie.

Ripartire in modo migliore

Se così faremo e ci comporteremo seguendo le 3 semplici regole che molti sentono ancora purtroppo come costrizioni, torneremo ad apprezzare ancora di più la libertà e, se avremo capito quanto siamo fragili, avremo la possibilità di ripartire in modo sicuramente migliore.

in foto:  il professor Domenico Cavallo senza e con mascherina

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