Risaie, patrimonio culturale immateriale

6 Maggio 2019
Risaie, patrimonio culturale immateriale

Che l’inventiva di Leonardo Da Vinci abbracciasse il mondo delle arti e della tecnica a 360 gradi è cosa nota. Ma che, in un certo senso, gli si dovesse anche la “fortuna” del riso e del risotto, è più una notizia da intenditori. Eppure è proprio così.

Una ricetta storica

Anno 1482: Leonardo, da poco giunto a Milano, riprogetta il sistema idrico dei Navigli per conto di Ludovico il Moro. Quest’ultimo, a Vigevano, intraprende la coltivazione del riso nella sua tenuta agricola, approvvigionando le sue risaie e i suoi mulini proprio grazie ai canali disegnati dal genio toscano. La città meneghina intanto è in fermento e in quegli anni vive anche profonde trasformazioni gastronomiche: una di esse è l’unione tra il riso e lo zafferano, che la leggenda fa risalire al quindicesimo secolo e che Bartolomeo Scappi citerà per la prima volta nella sua Opera (metà Cinquecento) descrivendo la Vivanda di riso alla lombarda.

Varese è ghiotta del re dei risotti

Ancor oggi, il riso viene servito in abbondanza sulle nostre tavole. Meglio se nostrano. Varese è una provincia che di questo alimento è ghiotta e che lo interpreta nei modi più golosi: proprio come hanno fatto a fine marzo gli agriturismi di Terranostra Lombardia (il cui presidente  è il varesino Massimo Grignani, nella foto con il direttore di Coldiretti Varese, Raffaello Betti) e la Confederazione dei coltivatori diretti con il Carnaroli da Carnaroli Pavese. Un’iniziativa che ha visto la maggior adesione proprio nella provincia prealpina, con il coinvolgimento di ben 13 strutture su 50 dell’intera Lombardia. Regione, la nostra, che, con il 70 per cento della produzione nazionale, è la regina di questa pregiata varietà di riso.

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