Benedette tradizioni

di Milani

In apertura d’anno, Monsignor Claudio Livetti, già prevosto a Busto Arsizio, parla dell’importanza delle iniziative che si rinnovano: “Purtroppo la nostra è una società in cui si conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna”.

di Monsignor Claudio Livetti

La parola “tradizione” significa “consegna”. La nostra lingua madre latina conosce il verbo “tradere” che significa appunto “consegnare”. Ogni comunità ha le sue tradizioni, interessanti e vivaci, antiche o recenti: religiose, devozionali, caritative, collaborative, culturali, sociali. Non vanno snobbate neanche le tradizioni folkloristiche, sportive, festaiole, gastronomiche e perfino verbali e proverbiali. In questo mese di Gennaio ricordo i detti tradizionali dei miei nonni: al 6 Gennaiol’Epifania tutte le feste le porta via”; al 17 Gennaio:Sant’Antonio è un mercante di neve”; al 20 Gennaio: A San Sebastiano la viola in mano”; al 21 Gennaio: “A Sant’Agnese la lucertola sulla siepe”; al 22 Gennaio: “San Vincenzo la gran frescura, San Lorenzo (10 Agosto) la gran calura, l’uno e l’altro poco dura”. Le tradizioni autentiche, vere e belle, sono la “decantazione di valori perenni”. Mi spiego: se un’iniziativa non ha un gran valore, si brucia da sola e decade dopo poco tempo; se invece è valida, tende inevitabilmente a rinnovarsi. Guai a buttare via le cose passate solo perché sono passate; sradicarsi dal passato è una menomazione insipiente; chi dimentica il passato spesso è costretto a ripeterlo. Purtroppo la nostra è una società in cui si conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.

Appena apro la Bibbia incontro il racconto della “Creazione nei  sei giorni”: è una rottura tra il non esistere e l’esistere (i primi tre giorni) e tra un esistere caotico e disordinato e un esistere ordinato e perfetto (gli altri tre giorni). Però, dopo aver creato una natura sempre ripetitiva e identica a se stessa, il Creatore ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, consegnandogli il compito di custodire e conservare il creato, ma anche di trarre da esso tutte le possibilità migliorative.

In omaggio all’intelligenza creativa avuta in dono da Dio l’umanità è passata dall’età della pietra alla nostra civiltà tecnologica, con sempre nuove conquiste. Guai se l’umanità si fosse limitata solo a conservare ciò che c’era nel giardino della creazione. L’uomo ha prodotto novità e sviluppo in continuità con ciò che era precedente, e questo è tradizione. Invece rovinare il creato inquinando l’aria e l’acqua e distruggendo le foreste non è tradizione ma “tradimento beota”.

È tradizionale ed innovativo anche il Maestro di Nazareth. Nel discorso della montagna Egli afferma di essere venuto non ad abolire ma a confermare e perfezionare il Decalogo. Ha contestato i controsensi e le ipocrisie farisaiche ossessivamente legalistiche. Ha portato il “vino novello” che non può essere travasato in “otri vecchi”, perché scoppierebbero. Gesù ha anche detto nel Vangelo di Luca: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso”. Gustav Mahler dice: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Questo semmai sarebbe tradizionalismo. I cristiani, quando dimenticano il desiderio incendiario di Gesù, hanno ancora la capacità di guardare in alto, ma non si accorgono che stanno calpestando la cenere. E quando si va avanti, per paura di sbagliare direzione, il passo si fa incerto e si crede che basti gridare: “si è sempre fatto così”, per illudersi di camminare nella direzione giusta.  Occorre comunque moderazione ed equilibrio: se é brutto incontrare gente dalla mentalità vecchia, ostinata e preclusa ad ogni possibile novità, è anche penoso vedere chi rincorre mode di pensiero unicamente per bramosia di novità. W.R. Juge dice: “Chi sposa lo spirito del tempo si ritrova presto vedovo. Chi sposa la  novità ultima resta vedovo lo stesso giorno del matrimonio”.  Alcuni fuochi sembrano interessanti, ma se sono fuochi di paglia lasciano soltanto cenere.

Quel fariseo tradizionalista convertito “da Saulo in Paolo”, passando dalla Sinagoga ebraica alla Chiesa cristiana,  rivolgendosi ai Tessalonicesi, li invita a salvare il vecchio ma ad aprirsi al nuovo: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. È un’indicazione formidabile che la Chiesa dei primi tempi offre alla navigazione della Chiesa e al Papa suo nocchiero. Chi guida bene una nave sa quando aumentare la velocità e quando diminuirla, quando avvicinarsi a costa e quando stare lontano. Ho stimato il Beato Paolo VI, che non ha ceduto la barra dopo il Concilio Vaticano II, quando c’erano in vista rotte pericolose e spericolate. Ammiro però anche Papa Francesco, che oggi invita a uscire al largo e a tentare senza paura nuove direzioni.

Ho stimato San Giovanni Paolo II, che, come i suoi predecessori, è rimasto fisso al timone fino all’ultimo, quasi a cascargli addosso. Ammiro però grandemente anche Benedetto XVI che, con un gesto umile e coraggioso, ha introdotto una tradizione nuova per il nocchiero della Chiesa, passando il timone in mani più sicure.

Personalmente su questa nave ho vissuto il tempo prima del Concilio (1962-1965), celebrando la Messa in latino e avendo i fedeli alle spalle, ma vivo meglio gli anni dopo il Concilio, celebrando la Liturgia nella lingua parlata e guardando in faccia ai fedeli. Ho indossato fin da quando ero in quarta ginnasio la veste talare, perfino giocando al pallone o andando in montagna, ma mi trovo molto più a mio agio attualmente indossando il clergeman fuori dalle funzioni liturgiche. In una parola: mi sono sempre trovato bene in questa Chiesa, tradizionale rispetto ai valori perenni, ma non tradizionalista rispetto agli elementi mutabili. Spero che Essa non perda la capacità di tramandare e innovare.

 

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