Oltre i 300

La leggenda dei 300 Spartani nasconde una verità ben più grande: oltre settemila Greci, tra cui coraggiosi Tespi e iloti dimenticati, combatterono e morirono per difendere la libertà della Grecia contro l’invasione persiana. Ecco cosa accadde davvero

di Redazione VareseMese

I dettagli spesso dimenticati della battaglia emergono con chiarezza: il vero numero dei combattenti, le scelte drammatiche di Leonida, il coraggio degli alleati Tespi, il ruolo degli iloti e il profondo significato di quel sacrificio per la libertà greca. 

La battaglia delle Termopili fu davvero combattuta solo dai 300 Spartani?

No. I Greci schierarono circa 7.000 uomini: 300 Spartani, 700 Tespi, 400 Tebani, 1.000 Focesi, contingenti di Arcadi, Corinzi, Locresi Opunzi e altri alleati. Ogni Spartano era affiancato da iloti, la popolazione schiavizzata di Sparta: centinaia di loro combatterono e morirono accanto ai padroni senza ricevere alcun riconoscimento.

 

Perché Leonida scelse proprio quei 300?

Leonida, re spartano di circa 60 anni, scelse personalmente solo quegli opliti che avevano già figli maschi vivi. Lo imponeva la legge spartana: voleva garantire che le loro linee di sangue sopravvivessero al sacrificio. Non cercava i guerrieri più forti, ma uomini consapevoli del loro destino.

Com’era il campo di battaglia?

Una stretta gola tra il mare del Golfo Maliaco e il monte Callidromo, larga appena 15 metri nel punto più stretto. I Greci rafforzarono la posizione costruendo il muro focese. Quella strozzatura naturale fu decisiva.

Quanto era grande davvero l’esercito di Serse?

Erodoto parla di oltre due milioni di uomini, una cifra chiaramente esagerata. Le stime moderne indicano tra 120.000 e 300.000 soldati. Un vantaggio numerico schiacciante, reso inutile dalla conformazione del terreno.

Come andarono i primi due giorni di combattimento?

La falange oplitica, scudo contro scudo, respinse ondata dopo ondata di Persiani, inclusi gli Immortali, la guardia scelta di Serse. I Greci inflissero perdite pesanti mentre le proprie rimasero contenute. Serse, furioso, balzò più volte dal trono.

Cosa cambiò tutto al terzo giorno?

Il traditore greco Efialte rivelò ai Persiani il sentiero di montagna chiamato Anopea. I Focesi incaricati di sorvegliarlo furono sorpresi all’alba e si dispersero. Leonida capì di essere circondato e ordinò il ritiro della maggior parte delle truppe alleate per salvarle.

Chi rimase fino alla fine?

I 300 Spartani, i 700 Tespi guidati da Demofilo figlio di Diadrome (che rifiutarono di ritirarsi) e circa 400 Tebani. In totale circa 1.400-1.500 uomini più gli iloti. L’ultimo, disperato scontro avvenne sulla collina di Kolonos.

Che fine fece Leonida e i sopravvissuti?

Leonida cadde tra i primi. Gli Spartani combatterono quattro volte per recuperare il suo corpo. Serse, umiliato, lo fece decapitare e crocifiggere. Due Spartani sopravvissero: Aristodemo, rimandato per un’infezione all’occhio, e Pantite, inviato in missione. Il primo morì eroicamente a Platea sotto Pausania cercando redenzione; il secondo si impiccò per la vergogna.

Quale fu l’importanza strategica della battaglia?

Fu una sconfitta tattica ma una vittoria strategica enorme. Ritardò l’avanzata persiana di tre giorni cruciali nell’agosto del 480 a.C., permettendo la vittoria di Salamina e, l’anno successivo, quella decisiva di Platea.

Cosa resta oggi di quel sacrificio?

Il grande monumento bronzeo a Leonida e quello dedicato ai 700 Tespi. Sulla collina di Kolonos, confermata dagli scavi di Spyridon Marinatos nel 1939 grazie alle numerose punte di frecce persiane, si trova la stele con l’epitaffio di Simonide: «O straniero, va’ a dire agli Spartani che qui giacciamo obbedienti alle loro leggi».

Monumento a Felice Cavallotti

Ernesto Bazzaro, 1906

Piazza Pio XI (già Piazza della Rosa), Milano

La statua principale raffigura Leonida I di Sparta, re spartano caduto alle Termopili, simbolo di eroismo e sacrificio per la libertà. L’opera, in marmo, non ritrae realisticamente il politico e poeta Felice Cavallotti (1842-1898), ma lo celebra attraverso questa potente allegoria. Cavallotti aveva dedicato al re spartano il poema La marcia di Leonida (1880), e la figura del guerriero morente, seduto sullo scudo con elmo e armi, ne diventa l’incarnazione ideale.

Alla base, bassorilievi narrano episodi della vita di Cavallotti, patriota garibaldino, giornalista radicale e strenuo difensore della democrazia. Il monumento, popolarmente chiamato “el Bioton” in milanese per la possente muscolatura della figura, unisce classicismo e Risorgimento italiano.

Foto di Giovanni Dall’Orto, 24 settembre 2007.

 

 

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