“La scuola che verrà”

4 giugno 2018
“La scuola che verrà”

Dalle aule che crollano alle elementari alle eccellenze italiane tra le scuole superiori: mentre suona l’ultima campanella dell’anno, a un decennio dall’inizio del suo mandato alla guida dell’Ufficio scolastico provinciale di Varese, Claudio Merletti traccia un bilancio e parla delle priorità per il futuro di un mondo sempre più “multicolor”. In arrivo la Conferenza dei sindaci sulla sicurezza

di Chiara Milani

 

Quanto la “Buona scuola” sia davvero tale non spetta a lui giudicarlo. Questo, Claudio Merletti lo chiarisce subito. Ciò detto, a dieci anni esatti dalla sua nomina al vertice dell’Ufficio scolastico provinciale, il dirigente non può non soffermarsi sui recenti cambiamenti nel mondo dell’istruzione. Per capire dove si collochi Varese nel panorama nazionale. E, soprattutto, verso dove stiamo accompagnando per mano gli studenti. E, dunque, il Paese.

Lei è stato nominato nel 2008: partiamo dal bilancio di questo decennio…

Parliamo della “Buona scuola” con luci e ombre: la riduzione dei caroselli dei docenti e la regolarizzazione dei precari hanno fatto sì che gli studenti siano più conosciuti dai professori. Inoltre sono arrivati nuovi indirizzi: musicali, sportivi, coreutici. Busto in particolare è stata favorita. E poi l’alternanza scuola-lavoro…

Molti professori peraltro bocciano l’alternanza scuola-lavoro…

Non qui. Da noi c’era già 15 anni fa. Eravamo molto avanti. Fino al 2015 avevamo in assoluto numeri superiori alla provincia di Milano. Eravamo dunque predisposti. Poi si può discutere caso per caso. Tenga conto che si tratta di 21.000 studenti e mediamente ciascuno fa 100 ore all’anno. Se anche domani dovesse cambiare la forma, attrezzeremo il sistema. C’è una profonda necessità di comunicazione e interazione tra scuola e lavoro.

Lei ha detto che Busto Arsizio è stata favorita nei nuovi indirizzi: forse c’era il contesto territoriale che lo permetteva…

Certo. Per quanto riguarda lo Stato, questa è l’unica provincia con due Musicali e un Coreutico a livello di Italia del Nord. Ciò grazie a dirigenti e docenti che ci credevano. E alla capacità del territorio di fare squadra. Con amministrazioni comunali e provinciale che hanno saputo evitare campanilismi. Tant’è che il musicale è arrivato prima Busto e poi Varese. Poi, il Classico-Linguistico Crespi è stato giudicato dalla Fondazione Agnelli primo in assoluto livello nazionale. Lo Scientifico Arturo Tosi è campione mondiale di atletica. In ambito tecnico vorrei ricordare l’Ite Enrico Tosi, altra grande preziosità territoriale, pure con il percorso europeo quadriennale. Anche l’Itis Facchinetti ha appena vinto un concorso mondiale per la robotica. Per la scuola paritaria, cito l’Olga Fiorini, che ha portato qui sia il liceo sportivo sia quello quadriennale d’impianto europeo. E’ evidente che c’è un bouquet di dirigenti straordinario e una situazione di assoluto prestigio, ma soprattutto di fatica, capacità e competenza formativa.

Ecco, a Busto passiamo dal top della scuola superiore alle aule con i soffitti che crollano alle elementari…

Questa è la priorità numero uno a livello provinciale e nazionale. La crisi economica consistente dal 2008 ha creato difficoltà ai Comuni nella costruzione di nuovi edifici, nella manutenzione straordinaria di quelli vecchi e nel costante aggiornamento completo di misure straordinariamente complicate per garantire la sicurezza: declamate, ma difficile possibilità. Dopo Busto c’è stato un altro episodio pochi giorni dopo nel Varesotto. Il patrimonio della Provincia è molto buono. Il livello di difficoltà è più nel primo ciclo. Da un lato tenuta strutturale, dall’altro l’impiantistica. Tra i punti deboli c’è lo stato documentale. Il rischio è una roba all’italiana in cui tutti fanno finta di fare grandi lamentazioni, ma se sollevi il problema rischi di chiudere il servizio. Provincia, prefettura e Comuni stanno pianificando una Conferenza dei servizi dei sindaci: penso possa andare in onda a settembre o ottobre, per capire, al di là delle responsabilità, quale sia lo stato dell’arte e come possiamo a metterci d’accordo su alcuni elementi, con verifiche annuali garantite, anche in astenia di risorse, con procedure possibili a costi contenuti. Tenga conto che stiamo parlando di oltre 100mila studenti statali.

Torniamo alla questione dell’internazionalizzazione dell’istruzione…

La realtà della diffusione di modelli d’insegnamento in una lingua europea da noi è capillare. Ci sono stati progetti pionieristici. Sea dette 5-6 anni fa 500mila euro per un intervento a tappeto per costruite un percorso con l’obiettivo di rendere autonome le scuole. Un modello assunto a livello nazionale. La scuola media sta iniziando a muoversi corposamente ed è un po’ il buco nero. E poi la secondaria superiore: i modelli qualitativamente più interessanti sono quelli che ricorrono contestualmente all’Erasmus e alla scuola-lavoro all’estero. Anche in questo caso la provincia è messa bene. E’ stata anche una delle prime a introdurre lingue non europee, a partire dal cinese.

Studenti di qui proiettati verso l’estero, ma anche bambini stranieri che arrivano. Qual è la situazione sul fronte dell’integrazione?

Abbiamo l’11-12 per cento di ragazzi e ragazze con cittadinanza non italiana. Quali che siano le posizioni, sui bambini non si scherza e questo sprigiona da 15 anni discrete capacità d’integrazione. Per ogni scuola possiamo avere la composizione delle diverse etnie: cosa che è fondamentale, perché hanno diverse modalità di rapportarsi. E’ un mondo sempre più multicolor.

Non dipendono da lei, ma che cosa pensa delle università professionalizzanti di cui si sente parlare?

Il livello terziario è formato da università e istruzione tecnica superiore. Un modello, quest’ultimo, che in Germania prende dentro 20-30 % dell’istruzione ed è più piegato ai bisogni professionalizzanti. Noi ne abbiamo quattro in provincia di Varese: tanti in un’ottica di comparazione, ma pochi in senso assoluto. Lo sviluppo in questa direzione è fondamentale. Poi dipende che senso si dà a questa cosa qui. Comunque la potenza dell’istruzione professionalizzante va decuplicata.

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