L’ultima frontiera

6 Gennaio 2020
L’ultima frontiera

A margine dell’incontro di orientamento scolastico della Camera di Commercio di Varese, l’astronauta Umberto Guidoni ci ha parlato della necessità di abbattere le barriere mentali

di Chiara Milani

E’ stato il primo europeo a salire a bordo della Stazione spaziale internazionale. Lo scorso dicembre, l’astronauta Umberto Guidoni ha parlato agli studenti di terza media del territorio come testimone d’eccezione del progetto #failasceltagiusta della Camera di commercio di Varese.

Lei quando ha deciso che avrebbe fatto l’astronauta?

Era una cosa che sognavo fin da adolescente. Ero un accanito lettore di fantascienza, fumetti, libri d’avventura e la cosa che mi aveva affascinato era proprio il viaggio nello spazio. Quindi, pensavo che da grande avrei fatto l’astronauta. Poi c’era stato lo sbarco sulla luna, 50 anni fa, e quello ha rafforzato in qualche modo la mia aspirazione, perché non era più semplicemente la mia fantasia. Era qualcosa che stava avvenendo nella cronaca: esseri umani in carne ed ossa che mettevano piede sulla luna. Poi, però, crescendo mi son reso conto che, in quegli anni, chi andava nello spazio erano i russi e gli americani: era molto difficile, per non dire impossibile, per chi non fosse nato in quei Paesi fare quella carriera e così ho fatto la cosa più vicina che potevo immaginare e sono diventato un astrofisico, studiando lo spazio da terra. Ho lavorato per una decina d’anni al Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche: proprio grazie a ciò ho avuto la possibilità anni dopo di partecipare a missioni spaziali prima come scienziato e poi come astronauta, alla fine degli anni Ottanta.

Ci vuole tanto studio, ma anche un “fisico bestiale”, come cantava Carboni

Sì, ci vuole un fisico bestiale e ci vogliono competenze tecniche e scientifiche, oltre a grande determinazione, perché è un percorso lungo di cui si conosce soltanto l’inizio, ma si vede in lontananza l’arrivo: ci possono essere molti anni di attesa prima di fare il primo volo nello spazio. Quindi bisogna mantenere costante preparazione e affrontare tutte le prove che sei chiamato a superare.

La domanda potrà apparire banale, ma ce lo chiediamo un po’ tutti: com’è il mondo visto da lassù?

Sicuramente è una delle emozioni più forti quando arrivi nello spazio. La prima volta che guardi giù vedi la terra sotto di te che scorre rapidamente, perché noi giriamo intorno in 90 minuti: quindi nel tempo di una partita di calcio. Ed è sempre uno spettacolo magnifico che si ripete. Ci sono tantissimi colori, anche se ne domina prevalentemente uno, tant’è che gli astronauti hanno ribattezzato la terra “il pianeta azzurro”.

Qual è l’insegnamento più importante per i ragazzi che si può trarre dalla sua esperienza?

Il mio è un mestiere che avviene dopo un altro: la selezione è basata infatti sulle esperienze precedenti, in termini professionali. Bisogna, quindi, continuare a cercare. Io ho cambiato lavoro diverse volte prima di diventare astronauta e questo mi ha aiutato, perché le diverse esperienze, l’abitudine a imparare sempre e a lavorare in condizioni nuove sono alcuni degli elementi fondamentali dell’addestramento degli astronauti, che sono molto interdisciplinari perché hanno conoscenze in campi diversi: dall’aviazione alla ricerca scientifica alla sopravvivenza. Questo vale per una carriera molto particolare come quella che ho fatto io, ma credo che oggi, in un mondo così dinamico come quello in cui viviamo, valga anche per tantissime attività che si svolgono sulla terra: non concentrarsi troppo su un aspetto, ma cercare di mantenere l’attenzione ad ampio raggio. Perché, spesso, le cose che pensiamo siano lontane da noi, nel corso della nostra esperienza lavorativa possono diventare poi molto importanti.

Lei rappresenta quelle materie Stem verso cui oggi, rispetto al passato, s’incoraggiano molto anche le ragazze…

Penso che la separazione di genere sia puramente legata all’evoluzione storica: non c’è alcuna differenza tra uomini e donne nelle capacità e nei rendimenti nei campi scientifici. Anzi, negli ultimi anni, soprattutto nelle discipline tecniche, abbiamo visto una grande crescita della componente femminile e le posso anticipare che la Nasa ha già in mente che il primo equipaggio che tornerà sulla luna nel 2024 sarà composto da uomini e donne.

Insomma, come insegnava Star Trek, l’ultima frontiera è irraggiungibile, perché ci sono sempre nuovi mondi da esplorare. In cielo… e in terra. 

In foto: l’astronauta Umberto Guidoni

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