L’Insubria verso il terzo polo

3 Set 2018
L’Insubria verso il terzo polo

Fresco d’elezione a rettore, Angelo Tagliabue ci illustra la sua “vision” per l’ateneo: vocazione scientifica a Varese, umanistica-turistica a Como e un nuovo terzo polo biotecnologico-sanitario a Busto. “Anche gli industriali dovranno credere più in noi”. A fine mese il nuovo direttore generale

di Chiara Milani

“E’ un po’ come la squadra di provincia che cerca di comprare il fuoriclasse”. Angelo Tagliabue, eletto quest’estate rettore dell’Università dell’Insubria, affronta subito la spinosa questione del nuovo direttore generale: “L’attuale ha già espressione l’intenzione di passare le consegne. E’ un ruolo fondamentale, molto difficile, su cui ci sono grandi aspettative, soprattutto da parte del personale tecnico-amministrativo”. Per lo stipendio ci sono però parametri vincolanti legati alle dimensioni dell’ateneo. “Sto facendo la campagna acquisti competendo con le grandi università. Però ci si può arrivare. Conto entro fine settembre”. Nell’attesa Tagliabue – classe 1958, ordinario di Malattie odontostomatologiche – ci anticipa la sua vision per l’ateneo.

Per la sua elezione c’è stata un po’ di tensione: qualcuno ha persino pianto…

Eravamo abituati al confronto, che per me è stato costruttivo. C’è stata una certa emotività di gruppo perché c’erano visioni differenti: da una parte una cordata più di area umanistica e dall’altra una più scientifica, che io rappresento e che è stata la fondatrice di questa università come Medicina, facoltà trainante in qualsiasi università che si rispetti. Lo è stata all’Insubria grazie al professor Dionigi e il professor Coen ha continuato questa tradizione. Perché comunque la Medicina è terza missione. Si va sul territorio, curando i pazienti, quindi è inevitabile che faccia notizia.

Da qui a sei anni, quando scadrà il suo mandato, lei come vede l’Insubria?

Ho sperimentato come studente e come docente che il modello è vincente, perché gli iscritti sono persone, non un numero di matricola, come nei grandi atenei. Ciò va implementato nell’essere disponibili nell’ascolto, perché il successo di qualsiasi impresa è legato al passaparola, che oggi è mediatico e dunque molto più veloce.

Da un lato tanti giovani sono preoccupati di non trovare lavoro, dall’altro a breve mancheranno molti medici…

Il nostro obiettivo è tenere i piedi per terra, per esempio con le lauree in apprendistato, con una parte in azienda per avere poi già un posto di lavoro. La Medicina è un esempio da sempre con le scuole di specialità. Questa è la mossa vincente. Ciò detto, in Italia va rivisto il numero programmato, perché il rischio è davvero quello d’importare medici e di livello medio-basso, visto che paghiamo molto poco. Quando entrerò in carica, a novembre, avrò il desiderio e la necessità d’incontrare il governo locale, regionale e nazionale. Speriamo di avere un po’ più di ascolto, visto che il ministro viene da qui e lo conosciamo, anche se mi rendo conto che da solo non può fare molto.

Tra i bisogni non c’è anche quello che questo ateneo, che nasce come università del territorio, diventi un po’ più tale e quindi più integrata nella comunità?

Da una parte sì, per quanto riguarda appunto le lauree in apprendistato. Dall’altra dobbiamo diventare un po’ più internazionali, scalare i ranking delle classifiche, perché le famiglie leggono sul giornale le graduatorie, che poi molte volte sono costruite, sono aggirabili, però comunque anche quella è un’immagine. Questo è il futuro ateneo.

La vostra “vicina di casa”, cioè la Liuc, in questo è forte. Il fatto che sul territorio insista anche questa università, di matrice dell’Unione industriali, drena un po’ di forze?

La Liuc ha avuto vision. Sicuramente non escludo un dialogo costruttivo. Non un antagonismo, ma una cooperazione, che porterà entrambi a crescere. Quindi gli industriali dovranno anche credere un pochino di più nell’Insubria. Peraltro noi come realtà pubblica abbiamo anche regolamenti che ci restringono il campo d’azione, però stanno venendo avanti parecchie sinergie pure con altri atenei milanesi privati. Con un occhio sempre alla qualità, cioè ai servizi: mensa, biblioteca, collegio, trasporti. Ma come detto sarebbe riduttivo limitarci al territorio. Dobbiamo dare ai nostri laureati un passaporto almeno europeo per poter lavorare ovunque.

Intanto la doppia territorialità, Varese e Como, è un plus oppure è penalizzante?

All’inizio penso sia stata un po’ penalizzante, anche se era l’unica soluzione per poter costruire l’ateneo. Però nel tempo vedo una anche competizione interna, ma costruttiva. Con pari dignità per le due sedi. Vedo per Varese una vocazione più scientifica, legata anche al nostro ospedale. Como ha un’identità turistica molto importante. Inoltre è in grande crescita, mentre su Varese non abbiamo purtroppo un Politecnico che va via, quindi dobbiamo cercare di utilizzare al meglio gli spazi che abbiamo.

Per questo avrebbe bisogno più sinergia anche con l’amministrazione…

Decisamente, se non si dialoga non si fa nulla, ma lo hanno sempre fatto anche i miei predecessori. Siamo in una fase molto favorevole, perché gli interlocutori politici sono molto attenti. Non dimentichiamo Busto Arsizio e Gallarate, cioè il terzo polo, su cui vogliamo investire.

Con che strategia punta al Basso Varesotto?

Da tempo abbiamo anche convenzioni con la Maugeri di Tradate e anche lì mi hanno manifestato la voglia di diventare polo universitario. Busto ha una tradizione più rivolta verso Milano, ma è considerata territorio insubrico, per cui lavoreremo anche con loro. Ho percepito dagli amministratori locali che sono più contenti di far parte di una struttura medio-piccola, ma come cuore pulsante, piuttosto che essere la periferia di un impero come la Statale di Milano. Con l’ospedale unico Busto-Gallarate e l’inerente progetto di ricerca puntiamo a creare un nuovo polo biotecnologico-sanitario. Stiamo già dialogando con il direttore generale e con Regione affinché ciò possa verificarsi. Medicina ha anche intenzione di fare una magistrale di Scienze motorie e Busto ha notevoli strutture già pronte. Poi pensi al vecchio ospedale, quando sarà disponibile. Crediamo molto in quest’area.

 

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