L’industria che (non) c’è

4 giugno 2018
L’industria che (non) c’è


L’impresa come “medicina sociale” del Paese e del nostro territorio. E’ la ricetta del presidente dell’Unione degli industriali della provincia di Varese, Riccardo Comerio, che invoca un “patto generazionale per mettere al centro dell’azione politica non il reddito fine a se stesso, ma la possibilità di dare ai giovani gli strumenti per guadagnarsi un futuro”

di Chiara Milani

Se fosse un’auto, sarebbe una Lamborghini. E’ un’icona italiana di stile e successo, quella scelta dall’Unione degli industriali della provincia di Varese come emblema dell’Italia che nonostante tutto – anche se quel tutto è davvero tanto – ce la fa. A fine maggio, nel corso del’assemblea generale, Univa ha infatti scelto l’auto “Made in Sant’Agata Bolognese” come case history. Del resto, grazie a quella che è stata definita “una collaborazione fattiva con le istituzioni”, in un biennio questa realtà ha raddoppiato lo stabilimento, sta assumendo centinaia di giovani e quest’anno immagina di portare le consegne da 3.500 a 5.500. “All’estero il tessuto industriale italiano è ritenuto d’avanguardia, credibile. Essere negativi non serve a niente e nessuno”, scandisce in un video messaggio Stefano Domenicali, presidente e amministratore delegato della Spa.
Certo, l’assemblea varesina 2018 coincide con uno dei momenti più difficili nella storia istituzionale italiana. Arduo dunque stare allegri. Ma il presidente di Univa, Riccardo Comerio, usa toni pacati e motivati. E punta sul senso di comunità. In particolare, invoca “un patto generazionale”. Il messaggio è rivolto ai movimenti che si candidano a guidare il Paese nei prossimi anni: “Non tanto di retribuzione vorremmo sentir parlare, ma di politiche per la scuola, la formazione, i giovani e il lavoro”. Ma Comerio si appella anche alla platea dei mille imprenditori varesini riuniti a Malpensafiere: “Spendiamo energie e risorse, contatti e tempo per curare ed aiutare lo sviluppo di una filiera educativa lunga, perché occorre di nuovo educare alla cultura d’impresa”. Lo spread su cui si concentra è quello “troppo grande tra il valore delle imprese percepito dal Paese” e quello che definisce “reale”.  Da una parte, infatti, secondo il “numero uno” di Univa c’è una nazione che rappresenta la seconda manifattura del Vecchio Continente. Con un Varesotto che è la sesta provincia manifatturiera italiana e la quattordicesima in Europa. Dall’altro, c’è un Paese che, fuori dalle porte degli stabilimenti, sembra per lo più non accorgersi della realtà delle nostre fabbriche. Giovani che poco ambiscono ad andare a lavorare nelle nostre industrie.  E imprese lasciate troppo spesso sole.
Per una nazione che non appare in buona salute, la “medicina sociale” sarebbe dunque l’impresa. Con un monito inequivocabile che appare in un video su maxischermo: “Per essere italiani nel mondo, dobbiamo essere europei in Italia”.
Una ricetta, quella varesina, che ha un suo peso specifico. Del resto, “Varese è anche una scuola di ceto dirigente”, ricorda il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che proprio qui ha tenuto la sua prima uscita pubblica sul territorio dopo l’assemblea nazionale del sistema confindustriale. Boccia cita nomi ben precisi: Giovanni Brugnoli, Giorgio Fossa, Marino Vago, Paolo Lamberti. E ricorda che Confindustria non deve essere né di parte né bipartisan, bensì “no partisan”. Cioè equidistante dai partiti. Ma non dalla politica, “per partecipare in maniera responsabile alla definizione delle politiche di questo Paese”, come aveva dichiarato al momento della sua elezione, due anni fa.
Concretamente, ad esempio, da tempo questo territorio chiede strada: “Occorre superare il blocco psicologico delle infrastrutture, come precondizione per costruire una società inclusiva e aperta”, ricorda il leader di Confindustria. Affinché la locomotiva d’Italia possa davvero trainare lo sviluppo. Perché la realtà imprenditoriale varesina non sarà specializzata nell’automotive, come il contesto in cui opera Lamborghini, ma va da sempre a tutta velocità. Nonostante tanti, troppi freni a mano tirati.

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