Era Coen

3 settembre 2018
Era Coen

A fine ottobre scadrà il suo mandato: l’attuale rettore dell’Università dell’Insubria, Alberto Coen Porisini, traccia un bilancio dei suoi sei anni in via Ravasi e fa un auspicio per il futuro, rivolgendo al Governo più di un monito forte e chiaro. Vicino l’obiettivo dei 15mila iscritti all’ateneo. “Servono più posti nelle scuole di specializzazione e più fondi, ma non a pioggia”

di Chiara Milani

Parla chiaro, Alberto Coen Porisini. Mentre si avvicina la scadenza del suo sessennio alla guida dell’Università dell’Insubria, scatta una foto tra luci e ombre del sistema universitario.

La prima domanda è quasi d’obbligo: il bilancio del suo mandato?

Andrà chiesto agli altri. Io penso di aver affrontato gli anni di consolidamento dell’ateneo: dal passaggio iniziale della fondazione a quella della ristrutturazione e della riconoscibilità all’esterno. Diciamo dall’adolescenza all’età adulta. E a novembre tornerò a fare il professore di questa università. Quindi, didattica e ricerca.

La vostra università, che collabora con VareseMese per la Salute, è famosa per la facoltà di Medicina. Avrà letto l’Sos: entro il 2022 mancheranno 12mila medici…

Sì, bisogna parlarne con i ministeri dell’Università e della Salute. Nessuno lo dice, ma noi abbiamo una fetta significativa di laureati che non riesce ad accedere alle scuole di specialità, perché non ci sono i posti. E senza non si può lavorare nelle strutture pubbliche. Formare 7mila specialisti all’anno è troppo poco per il nostro Paese. E’ un vincolo introdotto dal momento in cui l’Italia è stata condannata in sede di giustizia europea perché non prevedeva i contratti di formazione per gli specializzandi. Da quando è necessario, il numero di posti è diminuito, perché qualcuno in qualche ministero lo vede come un costo e non come un investimento sulla salute della popolazione. Il motivo per cui non si affronta il problema è che bisogna dare contratti. Poi in seconda battuta si può discutere del numero chiuso a Medicina.

Intanto solo poco più della metà dei laureati considera il titolo di studio efficace per il lavoro che svolge: un gap da sanare in qualche maniera?

Non lo so: bisognerebbe capire di quale titolo di studio stiamo parlando. Soprattutto per quelli triennali, non tutti riescono ad avere una valenza professionalizzante, cioè sono capaci di insegnare un mestiere. Alcuni vanno visti come una forma di arricchimento personale. E’ il bachelor all’estero. Comunque il mercato del lavoro in Italia è molto complesso e non può passare il messaggio che, siccome c’è bisogno di più ingegneri, tutti quanti devono iscriversi a ingegneria. Bisogna innanzitutto fare una cosa per cui si è portati e che piace.

Secondo l’Anvur i laureati italiani hanno meno opportunità lavorative degli altri europei…

Le statistiche sono un po’ di difficile lettura. In Italia sono zone con tante opportunità di lavoro e altre dove c’è molto disoccupazione e la statistica è una media di queste situazioni. Negli altri Paesi europei ci sono meno differenze. Bisogna essere sicuri che il conteggio avvenga nello stesso modo.

Il rettore della Bocconi ha detto a Il Sole 24 Ore che 20-30 anni fa i professori spiegavano ciò era scritto sui libri, mentre oggi bisogna vivere l’aula come palestra per la soluzione di problemi complessi. Il suo collega sostiene che l’approccio top down non paghi: serve condivisione, ascolto, concretezza. Concorda?

Sì, per buona parte. Ma non funziona neanche l’approccio bottom up. Quello che funziona è un mix dei due. E’ vero però che fare lezione non è solo ripete quello che c’è scritto sul libro di testo. Motivo per cui la preparazione delle università telematiche non può essere pari e dunque io le vedo molto male. Oltre ai laboratori, in aula c’è dialogo, applicazione concreta di una serie di concetti, interazione. Ciò crea valore aggiunto.

Che cosa si augura per futuro dell’Insubria?

Per tutto il sistema universitario italiano mi auguro che questo Paese capisca l’importanza di averne uno forte, decida di mettere qualche risorsa in più nel mondo della formazione, della ricerca e dell’innovazione e lo faccia con criterio. Cioè evitando distribuzioni a pioggia come in passato, andando invece a valutare chi è in grado di utilizzare bene queste risorse e chi no. Se così sarà, non ho dubbi che questo ateneo riuscirà ancora a crescere. Io ho sempre detto che la dimensione ideale è attorno ai 15mila studenti. Non siamo molto lontani. Nonostante il calo demografico, infatti, da noi c’è stato un aumento significativo di iscritti. Quindi è un obiettivo che può essere raggiunto, lavorando sodo. Ovviamente se le condizioni del contorno lo permettono.

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