Da Busto a Pechino. Foto di famiglia

ottobre 6, 2017
Da Busto a Pechino. Foto di famiglia

L’Archivio fotografico italiano, invitato d’onore al Photo Beijing, porta in Cina i ritratti bustocchi di oltre un secolo fa. In attesa che anche in città questo patrimonio sia messo in mostra

Chiara Milani
chiara.milani@varesemese.it

Scattiamo migliaia di foto. Ma non abbiamo una bella immagine di famiglia. Di quelle incorniciate. Appese al muro. Destinate a tramandarsi di padre in figlio, anziché perdersi in un hardware colpito da virus. E capaci di emozionare a un secolo di distanza. Perché non c’è filtro da smartphone che possa rendere uno scatto così commovente quanto l’imperfezione della realtà.

La generazione de “L’esercito del selfie”, come é stata fotografata da una delle canzoni-tormentone dell’estate 2017, sembra dunque candidarsi all’oblio. Al contrario delle istantanee di un tempo che fu. Chiuse in un locale del Comune a Busto Arsizio in attesa di essere messe in mostra nella Casa del Novecento, ma richieste a Pechino al Beijing Gehua Cultural Center.

L’Afi (Archivio fotografico italiano), fondato nel 2006 e oggi presente a Castellanza e Busto, é stato invitato come ospite d’onore nella capitale cinese dal 10 al 21 ottobre con progetti tra passato e presente. L’oggi é rappresentato dai lavori di Claudio Argentiero e Giorgio Bianchi. Mentre le immagini di ieri sono quelle di Mauro Galligani, Virgilio Carnisio e di Menotti-Paracchi. Queste ultime, stampate da lastre di vetro, sono uno spaccato di vita pubblica dell’ex Manchester d’Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento: anni in cui il ritratto fotografico trovava consenso in tutti gli strati sociali.

“C’è una differenza sostanziale tra la fotografia reale e quella virtuale”, spiega il presidente di Afi, Claudio Argentiero: “Una volta le fotografie assumevano, col passare degli anni, una valenza affettiva, legata alla memoria, con accenti sociali. Serbate in scatole di metallo o di legno, in cassetti poco utilizzati, incollate in album e cartelle dipinte a mano o in cuoio, invecchiavano con le persone che le avevano realizzate, con venature che ricordavano la caducità del tempo”.

Chi non fa parte dei Millennials ricorderà che
un rullino spesso conteneva un’estate o addirittura un anno di ricordi. “Quelle immagini si passavano di mano in mano per rivivere emozioni, per poi celarsi nei luoghi più disparati. Duravano nel tempo, poiché stampate con prodotti buoni, quando le cose permanevano e si riutilizzavano”, incalza Argentiero, che sentenzia: “L’uso e l’abuso delle tecnologie moderne, come il digitale, hanno fatto perdere queste sane abitudini”. Di qui l’amara conclusione del presidente dell’Afi: “Siamo ormai soliti fare migliaia di fotografie delle quali non resterà nulla, neppure della nostra vita privata, famigliare e lavorativa. Non ricorderemo i volti dei nostri figli, dei nostri amici e dei nostri cari, se non si decide di stampare le fotografie, in modo duraturo, non occasionale. Non si tratta di colori che svanisco o di bianco e neri che virano al seppia, ma di immagini numeriche che vivono nell’istante dello scatto, per poi vagare nell’etere, senza un destino”.

Insomma, il fotografo avverte: perderemo la memoria. Che l’Afi invece vuole preservare, diffondendo la cultura della conservazione e della stampa fine art.

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