Finanza d’impresa

ottobre 6, 2017
Finanza d’impresa

Ha scalato le classifiche delle donne più influenti dell’economia italiana. Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi, l’Associazione Italiana del Private Equity, é uno dei volti storici dell’Università Cattaneo di Castellanza, dove insegna Economia e Gestione delle Imprese. A ottobre presenta il primo osservatorio sul private debt 

Chiara Milani

chiara.milani@varesemese.it

Esperta di finanza d’impresa, madre di due figli, nel 2002 Anna Gervasoni ha ricevuto l’onorificenza di “Ufficiale” della Repubblica Italiana. Uno dei tanti riconoscimenti per quanto fatto per la nostra economia. Questo mese, con Aifi, presenta il primo osservatorio sul private debt: un settore nato da poco, visto che prima il debito potevano farlo soltanto le banche. Un modello di sviluppo che si affianca a un altro in cui Gervasoni crede fermamente: il venture capital. Ossia, l’apporto di capitale di rischio da parte di un investitore per finanziare l’avvio o la crescita di un’attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo.

Il venture capital può essere una leva per l’attrattività territoriale?
Può essere sicuramente una forza incredibile perché é in grado attrarre sul territorio giovani talenti, nuove idee e anche capitali. Il territorio é ricco storicamente d’imprenditorialità, quindi sicuramente ben si sposa con l’esigenza di far nascere una nuova impresa: quella che guiderà il nostro Paese tra vent’anni, che é probabilmente diversa da quella degli ultimi 150 anni, ma che spesso ha radici nella vecchia impresa. Mi spiego meglio: ci può essere un venture capital che nasce dalle università o dall’inventiva di giovani che vogliono fare gli imprenditori, ma spesso ci sono iniziative anche dal mondo più tradizionale, come il tessile, il chimico, la lavorazione dei metalli. Realtà che, essendo all’avanguardia sul profilo dell’innovazione, come sono spesso le nostre imprese italiane, vanno a stanare in giro per il mondo delle nuove idee o tecnologie e decidono di fare, magari assieme a giovani manager, una startup.

Quindi secondo lei le aziende del territorio hanno strumenti e caratteristiche ideali per accedervi?
Sì, assolutamente, perché il venture capital é fatto di tre ingredienti. Avere voglia di fare impresa e credo che qui ci sia. Avere capitali, anche informali, e credo sul territorio ci siano famiglie, family office, oltre che strutture finanziarie che possono magari mettere un primo atto d’investimento capace poi di attrarre i grandi fondi. E poi la tecnologia, che troviamo in università, ma anche nelle imprese, che hanno uno straordinario potenziale innovativo.

Ma concretamente che cosa si sta facendo in Lombardia e in provincia di Varese in questo senso?
Se parliamo di Lombardia, più della metà del venture capital italiano viene fatto qui. Noi da soli ne facciamo tanto quanto la media delle altre regioni europee più avanzate. Abbiamo fondi dedicati nazionali che lavorano prevalentemente in Lombardia, proprio perché vi trovano buone occasioni d’investimento. Abbiamo università lombarde che sono eccellenti a livello internazionale per quanto riguardo lo sviluppo di nuove tecnologie nel campo medico, biomedicale, dell’informatica. Abbiamo un distretto aerospaziale che é tra i migliori del mondo. Da tutto questo possono nascere tantissime iniziative, che stanno nascendo. Anche attorno alla nostra zona, si stanno creando distretti, incubatori dove si fa accelerazione. Quello che speriamo oggi di fare é portare avanti qualche ulteriore caso di successo e ce n’é sicuramente.

Lei ha nominato le startup. Date però le molte chiusure al termine dei finanziamenti iniziali, secondo lei in Italia bisogna davvero ancora investire in tal senso o qui magari serve un altro modello per lo sviluppo?
Che le startup chiudano – una su tre, una su quattro – é fisiologico. Succede in tutto il mondo e spesso gli imprenditori di valore che chiudono una startup poi ne fanno un’altra. Sicuramente questo é un modello di sviluppo molto valido. Come dice lei non é l’unico. Ce n’é un altro che é parallelo e che é quello di continuare nell’opera di sviluppo delle nostre aziende più piccole, perché devono crescere a un tasso più elevato. Devono avere più soldi e più coraggio per triplicare, quadruplicare il fatturato e magari comprare delle altre aziende. Qua le ricette sono due: una é spingere gli imprenditori a mettersi insieme o a acquisire altre realtà anche a livello internazionale e l’altra é quella di fornire i capitali. Oggi c’é per queste imprese tutto il mondo del private equity e soprattutto quello nuovo del private debt: fondi di debito, alternativi al canale bancario, proprio per lo sviluppo, che vanno a finanziare le imprese che magari hanno bisogno di 5, 6 milioni per fare un salto. Ci sono una ventina di fondi attivi in Italia. Hanno già fatto 60, 70 operazioni, soprattutto con aziende medie. Più della metà in Lombardia, dove hanno trovato terreno fertile.

Lei si é fatta largo in un ambiente prettamente maschile…
Sì, assolutamente si. Forse perché non me ne sono mai preoccupata e quindi ho sempre lavorato più di un uomo, come un uomo, a fianco degli uomini. Ho cercato sempre di fare il mio dovere a prescindere.

Da qualche anno il suo nome é in cima alla lista delle donne più potenti o, se preferisce, più influenti d’Italia: lei é un simbolo soprattutto, anche se non solo, per molte giovani…
Io non lo percepisco. Lavoro tanto, sicuramente. Credo e spero di avere un’influenza per la mia attività in Aifi, che intendo non come un mestiere che riguarda un potere precostituito, ma di promozione del nuovo. Io infatti dico sempre: i miei associati sono quelli che devono ancora esistere. Ho aiutato molto, questo sì, per quello che potevo fare, a far nascere una finanza nuova, simile a quella che ormai da parecchi anni, nel mondo più avanzato, aiuta le imprese a crescere. Se la mia influenza é questa sì, la uso positivamente, spero. L’altra é verso i miei allievi, ai quali ripeto: non so che mestiere farete tra 10-15 anni, perché cambieranno i mestieri. Però cercate d’imparare i fondamentali per saper cogliere le opportunità. Senza dimenticare che ognuno di noi é agente di costruzione di questo mondo. Quindi spero di avere un’influenza positiva sui miei allievi maschi e soprattutto femmine per incoraggiarli, con un po’ di esempio… per dire si può trovare un bel lavoro e avere una famiglia a fianco del lavoro. Non bisogna arrendersi”.

 

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